In questo nostro ciclo di interviste ai professionisti dello sport incontriamo oggi Luca Zenobi, direttore di eventi globali che ha collaborato e diretto eventi come il Six-Nations, il Giro d'Italia, i campionati mondiali di Mountain bike, le Olimpiadi di Londra e molto altro ancora.

Iniziamo dalla tua formazione, quando stavi valutando le scuole e facevi progetti per il futuro, quali fattori ritenevi più importanti?

Prima di tutto, non ho mai avuto tanto chiaro quale dovesse essere il mio futuro professionale.

In realtà ero preso da tante idee e scelsi una facoltà a caso tra quelle che andavano più di moda in quegli anni, economia. Però ero indeciso tra medicina e il Dams di Bologna. In realtà non credo esista una tabella di marcia specifica per diventare un professionista dello sport. Sicuramente ha giovato il fatto che sin da ragazzino ho frequentato ambienti sportivi sia coinvolto personalmente che attraverso la mia famiglia. Mio padre era il presidente di una squadra di pallamano che militava nella massima categoria, giravo parecchio da bambino dietro quella squadra e mi divertivo un sacco.

Poi il disegno, la passione per i fumetti e la musica mi ha insegnato a pensare fuori dagli schemi, e le lezioni di economia invece ad organizzare, incasellare i problemi. Invece lo sport che ho praticato, il karate, mi ha dato un sacco di calma e autocontrollo. Insomma, voglio dire che nella vita tutto serve. Se pensi che questo o quel problema sia solo un problema ti sbagli, è una grande opportunità per imparare qualcosa che prima o poi certamente ti tornerà utile.

Ogni cosa ha un senso nella vita. Anche se spesso non lo capisco. Quindi per tornare alla domanda, non ho mai ritenuto un qualche singolo fattore più importante dell’altro. Diciamo che vale tutto.

Come hai iniziato a lavorare nel mondo dello sport?

Attraverso i rapporti che ho trovato lungo la mia strada, da solo. Sapevo di avere un interesse per lo sport. Da ragazzo facevo parte di una associazione sportiva e giovanissimo mi fu chiesto di entrare nel consiglio direttivo, probabilmente per carenza di candidati.

Avevo 19 anni e così scoprii quanto fosse intrecciato e complicato gestire gruppi di persone. A scuola poi, al liceo intendo, mi piaceva organizzare insieme ai miei compagni tornei di calcetto o cose simili. Dall’università in poi ho provato per qualche anno a cimentarmi in imprese o avventure varie, collezionando notevoli fallimenti e insuccessi. Così tornai allo sport che era per me una specie di porto fermo.

Scrissi a un noto professionista dello sport management, forse il più importante in Italia in quegli anni, chiedendogli di poter lavorare con lui: mi rispose che non avevo il curriculum adatto. Così ne uscii un po’ abbattuto e soprattutto senza un progetto preciso su cosa fare da lì in poi. Vivevo in centro Italia e decisi di trasferirmi, con le pochissime risorse che mi erano rimaste, in montagna, in un paesino sperduto delle Alpi, per ricominciare.

Un giorno incontrai proprio lì, dove sorprendentemente abitava anche lui, il più bravo regista sportivo della Infront. Gli piaceva giocare a briscola. Anche io ero un discreto giocatore, anni e anni di formazione al liceo scientifico non si buttano per niente, e quindi diventammo amici. Così, poco per volta, iniziai a collaborare alla gestione di qualche evento. Da lì è iniziata la mia avventura nello sport. Come vedi molto strano e fortunato il mio approccio.

Quali sono le competenze che occorrono nel tuo lavoro e quali le sfide più grandi che si incontrano?

Bisogna avere competenza in tutto, senza lasciare nulla al caso.

Devi sapere come si fa un bilancio, come funziona la contabilità. Devi avere conoscenze di marketing, di comunicazione di team leadership, degli aspetti legali, di contrattualistica, devi saper negoziare gli acquisti e trattare con il pubblico, conoscere gli ingranaggi della stampa e sapere come si organizza il lavoro. Ci vuole tempo ed esperienza.

Quali sono invece le sfide più grandi nel tuo lavoro?

La competizione. Ci sono così tante persone che sognano di fare proprio il mio lavoro. Chiunque immagina di potersi improvvisare Direttore di eventi globali perché ha organizzato una tappa di un qualche giro ciclistico.

Questo è in parte il motivo per cui per me le opportunità professionali prosperano. Con un'abbondanza di organizzatori e direttori di eventi globali, i veri professionisti spiccano in modo ancora più evidente. Un'altra sfida è la reputazione. Il tuo ultimo lavoro è il tuo lavoro, dicono gli inglesi. Vuol dire che puoi avere avuto una carriera fulgida ma se il tuo ultimo lavoro è miserevole, allora nessuno più si sentirà tranquillo da affidarti al direzione di un evento globale, che vorrei ricordare non ha seconde chance. O va bene alla prima o va male. Per questo bisogna essere molto attenti nel valutare le offerte di lavoro che arrivano sulla scrivania.

I social media stanno cambiando lo sport, come credi che stiano cambiando lo sport management?

Ci sono molte più opportunità di essere creativi verso il pubblico, ad esempio il pubblico ha la possibilità connettersi con i propri idoli e parlargli direttamente invece di dover passare attraverso i media tradizionali. Per gli organizzatori, i social sono fondamentali perché possiamo monitorare il comportamento del pubblico e dei partner, dal momento che un tweet sbagliato o un post su Facebook potrebbero svalutare enormemente l’immagine di un evento. I social poi danno la possibilità di seguire un evento in qualsiasi momento e da qualsiasi luogo.

Questo cambia il modo di costruire un palinsesto sportivo. È come se lo spettatore avesse un nuovo punto di vista, in prima persona, dell’evento. I social poi aprono spiragli enormi al marketing. Immagina che stai seguendo una gara di sci, lo scarpone dell’atleta ti piace, ci clicchi, ingrandisci, segui il link dello shop e lo compri al momento, mentre continui a seguire la gara. Una gran figata.

Che consigli vuoi dare a chi vuole iniziare una carriera nello sport management?

Assicurati di lavorare sodo, dedica innumerevoli ore al lavoro e pensa fuori dagli schemi per aggiungere valore alle persone che ti circondano.

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