Francisco Mancebo festeggerà i suoi 50 anni ancora in sella ad una bicicletta e con un numero attaccato alla schiena. Il corridore spagnolo, grande protagonista delle corse a tappe nei primi anni del nuovo millennio, è finito ai margini del ciclismo a causa del suo coinvolgimento nell'Operacion Puerto, l'inchiesta doping che esplose nel 2006. Da allora, Mancebo ha continuato a correre con piccole squadre negli angoli più improbabili del mondo, vincendo corse in Africa, in America e in Estremo Oriente, e ha deciso di proseguire anche nel 2026, nell'anno del suo cinquantesimo compleanno.
In un'intervista rilasciata a Domestique, Mancebo ha raccontato di divertirsi ancora a fare la vita del corridore e di aver vissuto le esperienze più strane e avventurose in questi vent'anni in giro per il mondo. Il corridore spagnolo ha parlato anche dell'Operacion Puerto, del suo allontanamento dal grande ciclismo, nonostante su di lui non siano mai state emesse delle squalifiche. "Il ciclismo è ipocrita, molte delle stesse persone che c'erano allora ci sono ancora oggi, quindi poco è cambiato" ha commentato Mancebo.
Mancebo: 'C'era la pressione di UCI e organizzatori'
Francisco Mancebo ha raccontato di aver faticato a superare i momenti più critici dell'Operacion Puerto, ma che il tempo ha ormai cancellato ogni rancore o voglia di rivalsa.
Lo spagnolo fu accusato di essere tra i clienti del dottor Fuentes, fu sospeso a lungo nella stagione 2006, ma alla fine non fu squalificato e riprese a correre. Le porte del grande ciclismo, però, si chiusero per sempre per lui, che era reduce da un podio alla Vuelta e un quarto posto al Tour.
"Che si tratti di un'ingiustizia o meno, beh, dipende a chi lo chiedi" ha raccontato oggi Mancebo, ricordando quanto vissuto vent'anni fa e il diverso trattamento che hanno subito i corridori coinvolti nell'Operacion Puerto. "Alcune persone sono state squalificate e sono tornate a correre. Altre sono state squalificate e non sono tornate. E altre, come è successo nel mio caso, non erano né l'una né l'altra cosa" ha dichiarato il corridore spagnolo.
Mancebo non trovò più nessuna grande squadra disposta ad ingaggiarlo, e cominciò una nuova carriera in giro per il mondo. Lo spagnolo fu ingaggiato dalla squadra portoghese Relax, poi finì negli Stati Uniti, in Grecia, nella Repubblica Dominicana, a Dubai e infine in Giappone.
Mancebo ha spiegato di aver ormai messo da parte ogni sentimento negativo per quella esperienza, ma di vedere con scetticismo questa nuova immagine di pulizia ed etica che è riuscito a adarsi il ciclismo del World Tour. "Beh, sono passati tanti anni, ormai 20 anni. All'epoca è stata dura, perché non c'era nessuna squalifica, ma dietro le quinte c'era la pressione dell'UCI e degli organizzatori, e non sono riuscito a gareggiare.
Questa è l'ipocrisia del ciclismo, e molte delle stesse persone che c'erano allora ci sono ancora oggi, quindi poco è cambiato. Ma ora lo vedo solo come qualcosa che ci è successo" ha raccontato Mancebo.
'In Mauritania non sapevamo niente dei percorsi'
Il corridore spagnolo ha spiegato di avere ancora la voglia di correre, di fare altre esperienze come quelle che lo hanno portato nei posti e nelle situazioni più improbabili in questi vent'anni. "Partecipare a nuove gare in nuovi paesi con nuove persone ti mantiene sempre fresco e ti dà più motivazione" ha raccontato Francisco Mancebo, ricordando degli episodi emblematici della sua vita alla scoperta degli angoli più remoti del ciclismo. "Il Giro d'Egitto del 2015 era la prima corsa nel paese dopo la rivoluzione di quattro anni prima.
C'erano dei rischi di disordini e abbiamo fatto cinque tappe sullo stesso percorso. Partivamo dall'ingresso dell'hotel ogni giorno: cinque tappe, con partenza e arrivo proprio davanti alla porta dell'hotel" ha raccontato Mancebo.
In un'altra corsa un po' avventurosa, Mancebo ha vissuto un'esperienza davvero lontana dal ciclismo che siamo abituati a vedere in televisione. "Al Tour du Sahel, in Mauritania, ti portavano in carovana alla partenza. All'improvviso tutte le auto si fermavano, tracciavano una linea sulla strada e dicevano: 'Ok, questa è la partenza', e questo era tutto ciò che sapevo della tappa. Quella che ho vinto era di 100 km in linea retta. Era davvero strano, ma a suo modo anche divertente" ha raccontato Mancebo.