Il mondo del lavoro è tra gli ambiti maggiormente toccati dalla rivoluzione tecnologica in corso. In particolare rappresenta uno dei punti più problematici e discussi dell’incalzante proiezione delle tecnologie robotiche nella nostra quotidianità. Si sentono spesso discorsi sul fatto che da qui ai prossimi decenni molte mansioni tipicamente svolte dagli esseri umani testimonieranno un drastico aumento dell’automazione.

In tal proposito si è recentemente espresso anche il presidente degli Stati Uniti Barack Obama il quale, in una video intervista, ha esemplificato alcuni dei pro e dei contro di quello che sembra un processo inarrestabile.

Perderemo davvero il lavoro?

Secondo il presidente dobbiamo cominciare ad accettare l’idea che nel prossimo futuro molti tipi di lavori, ma specialmente quelli più routinari, saranno soggetti alla progressiva sostituzione delle componenti umane con controparti robotiche.

A un’analisi preliminare sembrerebbe delinearsi un quadro tendenzialmente negativo, soprattutto se si ragiona sul breve periodo. È infatti plausibile pensare che l’attuale trend prosegua, e che dunque ancora molte persone rischieranno di perdere il lavoro nei prossimi anni. Alle spalle però di questa inquietante previsione si può già identificare un primo aspetto positivo. Infatti un aumento dell’automazione in determinati settori risparmierebbe gli esseri umani dal dover fare lavori degradanti, o addirittura pericolosi, per quanto necessari (si pensi all’alto numero di morti sul lavoro in contesti edilizi o dell’industria pesante).

Un altro dato che ridimensiona la connotazione negativa del cambiamento consiste nel fatto che in realtà un simile processo è già in atto da parecchio tempo. Senza dover tornare indietro fino ai principi dell’industrializzazione o al fordismo, si consideri come la robotica e le forme di automazione si stiano facendo energicamente strada in tempi recenti in molte aree della produzione e della manifattura, senza per questo stravolgere completamente, o per lo meno non per forza in senso negativo, le dinamiche vigenti in precedenza.

Ciò significa quindi che nuove introduzioni tecnologiche non devono comportare per forza una diminuzione tout court del lavoro umano, quanto semmai una redistribuzione delle capacità, sia attraverso la creazione di lavori prima inesistenti e non necessari, sia attraverso forme di ibridazioni tra le vecchie e le nuove conoscenze.

Tempo di cambiamenti sociali

I pensieri espressi da Obama rispecchiano simili riflessioni.

Egli infatti afferma che a questo mutamento epocale deve corrispondere un adeguamento delle strutture sociali ed economiche, e che una soluzione come questa potrebbe essere l’unica via da percorrere per evitare di essere di farsi trovare impreparati. Pertanto secondo Obama dovremmo investire su ciò che le macchine non possono toglierci, come la capacità di plasmare creativamente le cose a seconda delle nostre necessità, producendo in tal modo significati sempre nuovi.

In relazione a ciò il presidente americano sostiene che l’automazione sia di per sé stessa un prodotto dell’apparato creativo che chiamiamo cultura. Entro tale prospettiva ogni novità tecnologica si trova quindi a essere una sorta di nostra estensione. Se fossimo in grado di incanalarle nella direzione giusta, esse non arriverebbero a rappresentare un rischio per la sussistenza stessa degli esseri umani. Seguendo questo ragionamento, Obama riflette sul fatto che sarebbe difficile sostituire un buon professore con una macchina, dal momento che il primo è in grado di trasmettere nozioni in maniera originale e circostanziata. In parallelo però, il supporto di dispositivi tecnologici può rappresentare un valido strumento nelle mani di chi sa come farne uso, al fine di migliorare ciò che fa (che si tratti di insegnamento o economia). Ma senza un cambio dei modelli socio economici di riferimento è difficile che tali discorsi escano dal reame dell’utopia per concretizzarsi in pratiche reali.

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