Carlo Conti ha creato un 65° Festival di ritorno alla tradizione, mancante forse della piena dose trash dei vecchi tempi. Grandi assenti i fiori di Sanremo nella scenografia del Teatro Ariston, tranne che fra le mani di cantanti o ospiti femminili, ma non tutte: il presentatore si è dimenticato non poche volte di consegnare il bouquet a chi doveva.


Hanno vinto i tre giovani de Il Volo (due tenori e un baritono, Piero Barone, Ignazio Boschetto e Gianluca Ginoble) col brano “Grande Amore”, ribattezzati “Il Bolo” da chi con disappunto ha registrato il loro successo.  “Grande Amore”, scontata performance lirica adattata a una canzone da Sanremo, soluzione di facile effetto che avrà più largo mercato all'estero.


Secondo classificato Nek con “Fatti avanti amore”, artista che fin dall'inizio era emerso dall'uniforme melassa musicale sanremese sfoggiando anche un ottimo arrangiamento musicale, il tutto ribadito dai riconoscimenti avuti: in lui molti vedevano un più degno vincitore. Terza in classifica Malika Ayane con il brano “Adesso e qui (nostalgico presente)”.


Peccato per Lorenzo Fragola, anche lui affiorato dal mare di ovvietà e finte originalità musicali, fra i primi tre dopo la seconda serata del Festival (con il solo voto popolare), poi stranamente caduto al decimo posto. Il suo brano è fra i primi quattro più scaricati su iTunes (dati alle 18,41 del 15 febbraio) dopo Il Volo, Nek e Annalisa: il 14 era il più scaricato su iTunes Italia fra i sanremesi.


Un Festival che ha confermato la potenza di Caterina Caselli e della sua Sugar Music che in scuderia ha Malika Ayane, Giovanni Caccamo vincitore per le nuove proposte, Elisa, ma anche Federico Paciotti e Andrea Bocelli, due esempi della vincente contaminazione musica leggera-pop-lirica.


Per Sanremo 2015 nessun ricorso ad alambicchi cerebrali per interventi intellettualoidi come nelle due edizioni di Fabio Fazio. Intermezzi comici, invece, generalmente scadenti. Alessandro Siani, nella prima serata, con la sua brutta battuta su un bambino sovrappeso. Monologo disastroso quello di Angelo Pintus, noia allo stato puro: sprofondati sulle poltrone, da spettatori si è rimasti rigidi come le mummie di Ramses II o Tutankhamon. Rocco Tanica ha fatto solo sorridere con le sue gag dalla sala stampa. L'amorfo trio dei Boiler da dimenticare. Si è tornati verso la piacevolezza con Virginia Raffaele e la sua imitazione di Ornella Vanoni. Altra carica gradevole con i conosciuti Luca e Paolo, anche se non hanno dato il loro massimo. Rapide battute e giochi di parole grazie a Marta e Gianluca nello sketch dello “Speed Date” che ha fatto ridere per fortuna. Dulcis in fundo, Giorgio Panariello che ha saputo strappare ottime risate miste a riflessioni.


Poi le tre compagne di viaggio di Carlo Conti. Arisa ed Emma che, come molte delle cantanti, saranno state vestite da sarti estremamente capaci di valorizzare ciò che in quei corpi non andava esaltato e di nascondere quello che forse andava mostrato. Facile invece vestire Rocío Muñoz Morales. Poi le letterine carloconticentriche, da seconda elementare, l'inno alla musica, le lacrime: se ne poteva fare a meno.


In chiusura, il gioco al contrasto: Conchita Wurst, transgender barbuto dalla grande voce, Platinette "in borghese" e non, poi la famiglia Anania con 16 figli e i coniugi siciliani Manenti, sposati da 65 anni, lui con coppola e lei con capelli laccati. Ecco l'insalata avanguardistica-nazionalpopolare voluta per il 65° Festival di Sanremo.
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