La nuova miniserie di Netflix Il Mostro è uscita il 22 ottobre 2025. Ispirata a una delle vicende criminali più sconvolgenti d’Italia, la produzione ripercorre l’enigma dell’assassino conosciuto come “il mostro di Firenze”, responsabile di otto delitti che terrorizzarono il Paese per quasi due decenni.

Creata da Stefano Sollima e Leonardo Fasoli — gli stessi di Gomorra e ZeroZeroZero —, la serie è composta da quattro episodi e mescola thriller poliziesco e dramma psicologico. La narrazione segue le indagini sugli omicidi di coppie in luoghi isolati nei dintorni di Firenze, mostrando l’impatto della paura collettiva, gli errori della giustizia e la pressione dell’opinione pubblica.

Con un ritmo teso e un’atmosfera cupa, Il Mostro non mira a risolvere il mistero, ma a esplorare la complessità di un caso che rimane tuttora irrisolto.

La forza della ricostruzione e il dramma dietro le indagini

La produzione colpisce per la meticolosa ricostruzione degli anni ’70 e ’80, periodo in cui la zona attorno a Firenze visse sotto il terrore dell’assassino. L’uso di materiale d’archivio, scene ricostruite e una fotografia che richiama il realismo dei telegiornali dell’epoca contribuiscono a creare un forte senso di immersione. La serie mette inoltre in evidenza il ruolo dei media sensazionalistici e delle autorità, spesso più attente alla pressione pubblica che alla ricerca della verità.

Nel corso degli episodi, Il Mostro ripercorre non solo l’orrore dei delitti, ma anche la sfiducia diffusa tra investigatori e cittadini — un ritratto fedele di una società segnata dalla paura, dall’isteria e dalle ingiustizie. I critici italiani hanno lodato l’approccio di Netflix per l’equilibrio tra fedeltà storica e drammatizzazione cinematografica, evitando di cadere nella spettacolarizzazione gratuita della violenza.

Il caso: il terrore del mostro di Firenze

Tra il 1968 e il 1985, 14 persone furono brutalmente assassinate in otto distinti attacchi avvenuti nelle campagne intorno a Firenze. Le vittime, quasi sempre coppie, venivano sorprese nelle loro auto, uccise con una pistola Beretta calibro 22 e, in alcuni casi, presentavano segni di mutilazioni post mortem.

L’indagine fu una delle più lunghe e controverse della storia criminale del Paese. Inizialmente, il meccanico Stefano Mele venne condannato per uno degli omicidi del 1968, ma in seguito si capì che il modello dei delitti successivi indicava un altro autore. Alcuni anni dopo, i sospetti si concentrarono sull’agricoltore Pietro Pacciani. I suoi presunti complici, Mario Vanni e Giancarlo Lotti, vennero anch’essi indagati e incarcerati, ma i dubbi sull’identità reale dell’assassino non furono mai dissipati.

Quarant’anni dopo, il caso rimane senza una soluzione definitiva, ma continua a ispirare film, libri e ora una serie che riaccende il fascino e l’orrore di uno dei casi di cronaca più oscuri dell’Italia moderna.