Il referendum con il quale il popolo inglese si è espresso per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea ha messo in fibrillazione le borse mondiali che, nella sola giornata di venerdì scorso, hanno bruciato miliardi di dollari. Ma era prevedibile. Così come era prevedibile, la svalutazione della sterlina, rispetto alle altre valute; la moneta britannica, infatti, ha perso, in un sol giorno, circa l’8% sia sul dollaro che sull’euro. 

La #Brexit, tuttavia, avrà conseguenze sul piano politico-diplomatico, con effetti – a nostro parere – molto più persistenti e incisivi sugli assetti globali e che vanno a modificare sostanzialmente il ruolo dell’Europa così come definito ai tempi della Guerra fredda.

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All’indomani della II Guerra Mondiale e con la creazione della NATO, la politica estera europea, infatti, sottostava completamente a quella degli Stati Uniti. Washington, però, aveva ammesso due interlocutori “privilegiati”, sotto il profilo diplomatico-militare, e cioè la Gran Bretagna e la Francia, che facevano parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU a titolo permanente e consentì loro di dotarsi dell’arma nucleare. Sotto il profilo economico, invece, favorì il rinascere della potenza economica tedesca, imponendo alla Germania di rimanere un “nano politico”. Così come lo è tuttora nel panorama mondiale.

Tra i due interlocutori “privilegiati”, tuttavia, c’era un figlio prediletto e uno ribelle. Quello prediletto era la Gran Bretagna, mentre quello ribelle era la Francia; ciò si vide soprattutto durante la Presidenza De Gaulle, quando la Francia ebbe addirittura l’ardire di non partecipare per molti anni alle riunioni NATO.

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Nel frattempo #Parigi cominciò a costruirsi una sfera d’influenza autonoma nelle sue ex-colonie, principalmente africane. Fu probabilmente questo dualismo che impedì all’Europa di adottare una politica estera unica sul piano internazionale e di trasformare i seggi di Francia e Gran Bretagna al Consiglio di Sicurezza come una rappresentanza unica europea.

Con la caduta del muro di Berlino, la politica del Regno Unito si legò ancor più a quella di Washington. Ciò fece sì che, con la Presidenza Obama, gli Stati Uniti decisero di non impegnarsi in prima persona nelle problematiche euro-mediterranee, lasciando alla Francia tale ruolo. Oggi, con la Brexit, il dualismo politico franco-britannico si è improvvisamente dissolto ed è evidente che, da giovedì in poi, la Francia ha le carte in mano per giocare il ruolo di portavoce unico della politica estera europea.

Un Canale della Manica più largo, inoltre, allontana gli Stati Uniti dal ruolo di interlocutore con la Russia di Putin, quanto meno per quanto riguarda le problematiche dei paesi europei già facenti parte dell’ex-Unione Sovietica.

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Anche in tale settore, l’interlocuzione statunitense potrà essere rimpiazzata solo da Parigi, ferma restando la voce in capitolo di Berlino, sul piano economico. Ma, in tal caso, si aprono spazi di mediazione che possono essere occupati solo dall’Italia, tra tutti gli Stati europei e, chiaramente, non a titolo completamente gratuito.

Il primo ad aver capito tutto ciò è stato #Matteo Renzi che si è subito fiondato a colloquio con Hollande, trascurando – per una volta – la Merkel. Hollande ha subito detto di auspicare una conclusione rapida della vicenda Brexit ed è immediatamente passato al discorso politico-militare proponendo un grande “progetto per la Difesa”, in modo da “rafforzare il pilastro europeo della NATO”. Inoltre ha ipotizzato un incremento del 2% delle spese militari europee.

Il furbo Renzi ha recitato la parte del partner entusiasta, ma ha chiesto in cambio a Hollande di premere per l’approvazione del Migrant Compact da lui proposto a Bruxelles, che fa breccia sul “no” tedesco agli eurobond, nonché per il progressivo allentamento dei vincoli del Fiscal Compact. Chi pensava che il problema Brexit avrebbe avuto riflessi solo sul piano economico-finanziario sarà rimasto a bocca aperta. Probabilmente non conosceva la storia.