Prosegue la polemica sul problema migranti, con toni pure d’effetto ma che non portano certo acqua al mulino della risoluzione del caso. L’ultima “bufera” riguarda la ventilata utilizzazione di Civitavecchia quale #hotspot (porto di accoglienza e smistamento) supplementare, in caso di superaffollamento degli altri quattro a ciò attualmente destinati, e cioè Lampedusa, Pozzallo, Trapani e Taranto.

Apriti cielo! Subito ha reagito il “pentastellato” De Maio, il cui partito ha da alcuni mesi abbandonato le iniziali posizioni umanitarie per sposare un atteggiamento di aperta ostilità verso rifugiati e migranti. De Maio ha definito gli hotspot “campi profughi”, preconizando negative ricadute occupazionali sul territorio civitavecchiese, uno slogan che, in momenti di crisi economica, va bene per tutto.

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De Maio stigmatizza il problema, ben sapendo che la cittadina laziale è governata da un suo compagno di partito, Antonio Cozzolino, il quale, peraltro, aveva già messo le mani avanti, definendo impossibile da gestire – quanto meno per lui – la situazione di emergenza che si potrebbe profilare.

La "sparata" di Renzi

Le schermaglie politiche proseguono da alcune settimane, da quando cioè, la stagione estiva ha riproposto il problema dell’afflusso dei migranti - forse - come mai prima d’ora. Il primo, però, a cavalcare la tigre dell’insostenibilità della situazione, è stato il segretario del PD, Matteo Renzi, anche lui convertitosi al populismo anti-immigrazione. L’ex premier, infatti, ha minacciato la UE che l’Italia avrebbe chiuso i suoi porti in caso di escalation della situazione emergenziale.

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Una “sparata”, quella di Renzi, che non ha fatto certo piacere ai nostri partners europei, i quali, per bocca del Presidente francese Macron e del premier spagnolo Aznar, a momento debito – e cioè pochi giorni dopo – hanno subito rozzamente fatto sapere che i loro porti, per i migranti provenienti dai “mari italiani”, erano da considerarsi “off limits” (la Spagna, nel 2017, ha comunque accolto circa 4.000 migranti). La proposta del blocco dei porti italiani, per inciso, sembra che non sia passata in Consiglio dei ministri per l’opposizione del “buonista” e cattolico ministro Del Rio.

Nella polemica si era nel frattempo intromessa anche l’ex ministro degli esteri Emma Bonino, la quale aveva ricordato che, in sede di avvio dell’operazione umanitaria europea Triton (2014), il governo Renzi aveva chiesto per l’Italia la direzione e il coordinamento della stessa, compresa l’accoglienza di tutti i migranti nei propri porti, ancorché provenienti da navi battenti altre bandiere.

Successivamente, Renzi aveva anche ottenuto che i costi a carico del bilancio pubblico italiano, per il salvataggio e l’accoglienza dei migranti, non sarebbe stato conteggiato ai fini del rispetto del “fiscal compact”.

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Ciò non toglie che la “sparata” è stata subito accolta, a Bruxelles, come l’ennesima elusione, da parte dell’Italia, degli impegni presi.

Le difficoltà di Minniti

In questo clima, il ministro dell’interno, Marco #minniti, si è dovuto incontrare, prima a Parigi, con i suoi colleghi francese e tedesco, nonché con il commissario europeo, Dimitri Avramopoulos e poi a Tallinn (Estonia), con quelli di tutti e 27 i partners europei. Pensare che in tale sede, dopo le polemiche e le “sparate” sopra descritte, si potessero rimettere in discussione gli aspetti essenziali della missione Triton e che i partners avrebbero accettato di accogliere nei loro porti le “navi-migranti”, sarebbe oggettivamente stata pura utopia.

Minniti, peraltro, è riuscito a far accogliere tre punti, da non sottovalutare: la redazione di un codice di comportamento per le ong impiegate nell’operazione, da più parti accusate di connivenza con gli scafisti e di adottare pratiche illecite per il trasbordo di clandestini; un maggior sostegno da parte dell’agenzia europea Frontex, per quanto riguarda i rimpatri e il rafforzamento della sua presenza negli hotspot italiani; il totale via libera alle iniziative politiche italiane con la Libia e la sua guardia costiera.

Inoltre (quarto punto) la UE ha aperto, sia pure molto timidamente, alla revisione delle clausole dell’operazione Triton, autorizzando la costituzione di un gruppo di lavoro, il quale redigerà un piano operativo.

E’ notizia di ieri che il “codice di comportamento” è stato già presentato e che la Commissione europea si prepari ad approvarlo ufficialmente. Le ong saranno obbligate a sottoscrivere le nuove regole entro una settimana altrimenti non potranno sbarcare nei porti italiani. Tra i punti più interessanti, quello dell’obbligo di recupero dei motori delle “carrette del mare” da cui sono accolti i migranti, per renderle inutilizzabili.