Chi avrebbe mai supposto che sarebbe stata la leader britannica Theresa #May a fare il primo passo verso una visione conciliativa dei negoziati conseguenti al referendum per la #Brexit del 23 giugno scorso e alla notifica della Gran Bretagna ai partners europei di voler uscire dall’Unione. Non di certo il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker che, il 1° maggio scorso, aveva dichiarato al quotidiano tedesco Frankfurter Algemeine di sentirsi, dopo l'incontro avuto a Downing Street con la stessa May "dieci volte più scettico di prima".

Brexit soft per i cittadini UE in Gran Bretagna

Invece, giovedì scorso, non solo la May ha brindato insieme ai suoi “pari” continentali ma ha anche dichiarato di fronte a tutti che i circa 3 milioni di cittadini dei paesi UE residenti nel Regno Unito da prima della Brexit potranno continuare a vivere indisturbati e a beneficiare dell’assistenza sociale e sanitaria di cui fruiscono tutti i cittadini britannici.

Pubblicità
Pubblicità

La Gran Bretagna accorderà a tutti costoro lo speciale status di cittadini “settled UE”.

Brexit, la May accetta l'agenda di Bruxelles

La materia fa parte di una delle tre questioni prioritarie che secondo i leader europei devono essere risolte prima dell’avvio dei negoziati veri e propri. Le altre due sarebbero: la questione delle frontiere con la Repubblica d’Irlanda (membro della UE) che, in base agli accordi del 2000, dovrebbero rimanere aperte, e un non meglio specificato “rispetto” degli impegni finanziari della Gran Bretagna verso l'UE. Quando Bruxelles rese note a Londra tali linee guida, la May aveva risposto con fiera altezzosità, dichiarando che non ci dovessero ostacoli o preclusioni all’avvio del negoziato e che, eventualmente, le tre questioni dovessero essere affrontate a latere delle altre problematiche complessive.

Pubblicità

Alla May fece poi eco il ministro degli esteri Boris Johnson, secondo cui gli impegni finanziari britannici con la UE erano decaduti ipso iure all’atto della Brexit. Poi, però, ci sono state le elezioni politiche nel Regno Unito e, dato l’esito non proprio favorevole al partito conservatore della May e di Johnson, le carte si sono rimescolate. Le dichiarazioni di giovedì scorso, da parte della May, significano palesemente che Londra accetta l’agenda di Bruxelles e che, sul primo argomento, concorda pienamente con il punto di vista della controparte.

Divergenze sul ruolo della Corte Europea

L’unica divergenza sarebbe sulla competenza o meno della Corte Europea sulle liti tra le due parti, ma va detto che la UE, in base al principio di reciprocità, comunemente applicato nelle trattative diplomatiche, non può richiedere la competenza della Corte Europea sui tre milioni di cittadini UE in Gran Bretagna senza concedere contestualmente un pari privilegio ai tribunali inglesi sul milione di sudditi britannici residenti in Europa.

Pubblicità

Il secondo dei due argomenti prioritari, inoltre, è già superato. Il governo di minoranza di Theresa May uscito dalle urne elettorali si basa sull’appoggio esterno del partito Unionista Nord Irlandese che, sul problema dei confini con l’Irlanda del Sud, la pensa esattamente come l’Unione Europea. Non adeguarsi, significa, per la leader britannica, l’immediata caduta del suo governo.

Le richieste finanziarie di Bruxelles

Il terzo argomento riguarda, in soldoni, un contributo finanziario da parte della Gran Bretagna che, secondo Bruxelles ammonterebbe a qualcosa tra i 60 e i 100 miliardi di euro. Tale cifra è calcolata in base a quanto dovuto sino al termine del presente “settennato” finanziario dell’Unione e cioè sino al 2023. L'accordo si potrebbe attestare su una cifra intermedia a quelle citate. Il negoziato vero e proprio, una volta risolte le questioni preliminari, dovrebbe andare de plano e dare soluzione al problema del mantenimento o meno della libera circolazione delle merci e dei capitali. A nessuno conviene alzare barriere doganali dove prima non c'erano, eventualità che finirebbe per favorire l’ingresso dei prodotti dell’industria cinese o degli altri paesi emergenti come il Brasile, l'India o la Corea. #BRICS