Ieri sera la Lazio ha guadagnato il pass per la finalissima della Coppa nazionale pur perdendo 3-2 il derby della Capitale; decisivi i gol di Milnkovic-Savic e Immobile, gli stessi marcatori del 2-0 maturato all'andata. Il giusto premio a un percorso, intrapreso da Simone Inzaghi 367 giorni fa, che ha portato ordine, compattezza e fame alla compagine biancoceleste.

Il paradosso dei derby persi

I derby sono partite che vanno fuori dall'ordinario, fuori dalle classifiche; è una questione di supremazia territoriale e per questo non è mai bello perderli, specialmente a Roma dove tutto appare più amplificato.

Ma c'è un uomo dal cuore biancoceleste che, ultimamente, è riuscito a sorridere quando la sua squadra ha perso una stracittadina: Simone Inzaghi. Il 3 aprile 2016 la sua avventura alla guida della Lazio iniziò a causa di una sconfitta in campionato per 1-4 con la Roma che costò l'esonero a Stefano Pioli e costrinse il presidente Lotito a chiamarlo dalla Primavera; ieri sera un'altra sconfitta contro i giallorossi gli ha fatto conquistare la finale di Coppa Italia del prossimo 2 giugno.

Quando la scorsa primavera Inzaghi approdò in prima squadra trovò un gruppo demoralizzato, al capolinea di una stagione non esaltante che in quel momento lo vedeva ottavo in campionato e fuori dalle Coppe; inoltre c'era in ballo il caso Candreva il cui sogno di diventare capitano fu spezzato da Pioli che gli preferì Biglia. In quella situazione la cosa migliore da fare era non stravolgere la squadra per salvare il salvabile ed è proprio quello che fece il tecnico piacentino continuando a utilizzare il 4-3-3 del suo predecessore.

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Arrivarono 12 punti che permisero al club di mantenere l'ottava piazza ma soprattutto l'ex bomber fece intravedere le sue doti sulla panchina e si capì che non era lì solo per fare il traghettatore. Dopo le vicissitudini di inizio estate tra Lotito e Bielsa, Inzaghi fu richiamato a guidare la società e così saltò il suo passaggio alla Salernitana, altro club del patron.

Un uomo in missione

Il compito che attendeva il fratello di SuperPippo non era dei più semplici: ridare fiducia a una squadra con un Klose in meno (54 gol in 139 partite) e un Candreva che di lì a poco sarebbe passato all'Inter; per non parlare dei casi spinosi riguardanti il contratto di Biglia e le bizze di Keita, messo inizialmente fuori rosa.

Proprio il recupero mentale del senegalese è stato uno dei punti di forza Inzaghi che lo ha saputo aspettare e inserire gradualmente venendo ripagato con 8 gol, alcuni di pregevole fattura, e 4 assist finora. Dal mercato estivo oltre ai colpi in difesa di Wallace, Bastos e Lukaku era arrivato in prestito Ciro Immobile, reduce da una stagione sotto tono con il Siviglia e richiesto espressamente dall'allenatore per costruirci attorno i suoi 4-3-3 e 3-5-2.

In pochi avrebbero pensato che quel gruppo, un mix tra giovani ed esperti, dopo 9 mesi sarebbe arrivato in finale di Coppa Italia e al quarto posto in campionato a contendersi un posto in Champions League con il Napoli (domenica sera lo scontro diretto all'Olimpico). Tanti i meriti del tecnico nato a Piacenza: innanzitutto ha blindato la difesa con un De Vrij mostruoso; ha reso il centrocampo più muscolare con l'inserimento a tempo pieno di Milinkovic-Savic, letteralmente esploso e diventato un maestro negli inserimenti in area con 7 gol e 7 assist stagionali; ha arretrato di qualche metro Felipe Anderson facendolo giocare spesso a tutta fascia nel 3-5-2, mossa che lo ha portato a fornire 13 assist vincenti; ha sfruttato appieno il gioco in profondità del bomber campano che si scarifica e gioca per la squadra ma non perde lucidità sotto porta, 21 le sue reti.

Un gioco semplice ma efficace la cui partita simbolo è quella dell'andata di Coppa con la Roma. Questa squadra finora ha dimostrato fame e tenacia, non perde in campionato da 8 partite (6 vittorie e due pareggi) e non ha intenzione di fermarsi proprio ora perché la missione di Inzaghi è solo all'inizio.

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