Cambia il nome in panchina, ma la storia resta sempre la stessa. Alla Juventus, da anni, il problema sembra avere un unico volto: quello dell’allenatore. È un refrain che si ripropone ciclicamente, ogni volta che i risultati non sono all’altezza delle aspettative, e che oggi trova un nuovo protagonista: Igor Tudor.
Juve, da salvatore della patria a unico colpevole
Arrivato tra gli applausi la scorsa stagione, quando rilevò Thiago Motta in un momento di caos tecnico e mentale, Tudor era stato salutato come il condottiero capace di restituire identità e compattezza a una squadra allo sbando.
Il suo quarto posto, conquistato con grinta e pragmatismo, era sembrato il preludio di una rifondazione. E invece, pochi mesi dopo, il vento è già cambiato: prestazioni altalenanti, gioco discontinuo, risultati che non decollano. E il dito, come sempre, è puntato contro chi siede in panchina. Ma davvero Tudor è il problema? O è soltanto l’ennesimo capro espiatorio di una storia che a Torino si ripete da troppo tempo?
Già Massimiliano Allegri, qualche anno fa, era stato dipinto come il principale responsabile del declino bianconero. “Catenacciaro” o "giurassico", si diceva di lui. Eppure oggi, alla guida del Milan, il tecnico livornese è tornato in vetta alla classifica, mostrando un calcio efficace e moderno: una lezione amara per chi ne aveva decretato la fine sportiva.
Anche Thiago Motta, con le sue idee rigide e un rapporto difficile con lo spogliatoio, era finito rapidamente sotto processo. E ora tocca a Tudor, un allenatore di temperamento, con un’identità forte, prima osannato per il suo “DNA Juve” e oggi già ritenuto inadeguato, quasi meritevole di un esonero che avrebbe del clamoroso.
Juventus, due minimi comun denominatori che restano da tanti anni
Eppure, al di là dei nomi che si succedono in panchina, i veri elementi di continuità restano sempre gli stessi: una rosa che, seppur ritoccata, ha mantenuto per anni lo stesso zoccolo duro e una società che continua a cambiare dirigenti e strategie come se bastasse un nuovo volto per risolvere problemi strutturali.
La gestione di John Elkann, con la costante rotazione di dirigenti e l’assenza di una linea tecnica coerente, ha generato confusione e instabilità. Il risultato è una squadra che vive alla giornata, priva di una direzione precisa, dove ogni fallimento diventa il pretesto per sostituire l’allenatore e ricominciare dall'anno 0, senza mai affrontare davvero le cause profonde del declino.
Forse è arrivato il momento, alla Continassa, di guardarsi allo specchio. Perché se gli allenatori cambiano, ma i problemi restano, il colpevole potrebbe non essere sempre quello che siede in panchina.