In Serie C continua a crescere il numero di società in difficoltà economica, con casi di fallimento che si susseguono ormai con preoccupante frequenza. La gestione dei club appare sempre più complessa e costosa, e molte realtà non riescono a sostenere i bilanci tra spese operative e scarsi ricavi. Questa situazione mette a rischio non solo la continuità sportiva, ma anche la credibilità stessa del campionato. Diventa chiaro che, così com’è, il modello attuale della Serie C è insostenibile. Serve un intervento concreto per evitare che altre società finiscano come Rimini e rischino la sparizione.

La recente estromissione del Rimini, con la messa in liquidazione volontaria e la successiva revoca dell’affiliazione da parte della FIGC, è un monito per tutto il calcio italiano. La società romagnola, dopo mesi di instabilità economica, ha visto dissolversi in pochi giorni la propria esistenza: tra debiti accumulati, penalizzazioni e una perdita di oltre 4 milioni di euro al 30 giugno 2025, si è arrivati a un epilogo. I tesserati sono decaduti, la rosa è sfollata, e la piazza è rimasta con uno stadio vuoto e sogni cancellati, un duro, doloroso epilogo che dimostra quanto fragile possa essere la vita di un club. Il tutto per altro con conseguenze nefaste anche sulle altre squadre del girone B: infatti chi aveva vinto contro i romagnoli si è visto decurtato tre punti in classifica mentre chi aveva pareggiato è arretrato di un punto in graduatoria.

Questo caso, simbolo di come crisi societarie, bilanci sballati e mancanza di certezze economiche possano compromettere anni di storia sportiva, dovrebbe allertare tutti: non è una storia isolata, ma una Red flag per chiunque gestisca una squadra professionistica senza adeguato equilibrio finanziario.

Ora preoccupa il futuro di un altro club

Anche nel girone A è accaduto qualcosa di simile alla Triestina, che nelle scorse settimane ha ricevuto una penalizzazione in classifica di ben 23 punti (scendendo addirittura sotto zero, all'ultimo posto).

Mentre nel girone C proprio in queste ore sembrano esserci ombre sul futuro del Trapani. Il club siciliano è guidato dall’imprenditore Valerio Antonini che ha ammesso pubblicamente che “i costi sono insostenibili”.

In una recente diretta, Antonini ha spiegato che la situazione economica non regge più: incassi troppo bassi (ad esempio per la partita contro il Monopoli — prossima in calendario — erano stati venduti pochissimi biglietti) e costi operativi che superano di gran lunga le entrate.

In più, il peso di penalizzazioni, a cui si somma una scarsa partecipazione della tifoseria , rende il progetto sportivo sul punto di implodere. Antonini ha apertamente dichiarato che, se non emergerà un “investitore serio”, da gennaio sarà avviata una ristrutturazione totale — e che è pronto a cedere le società, sia quella di Basket che quella di calcio, a chi voglia realmente ripartire.

La lezione del Rimini insegna (a caro prezzo) che quando le società non riescono a bilanciare ricavi e spese, la fine può essere drammatica: esclusione dal campionato, revoca dell’affiliazione, decadenza dei tesseramenti.

Per il Trapani, la somma di bilancio deficitario, pubblico assente, penalizzazioni e indecisioni societarie su chi gestirà il futuro rappresenta un mix pericoloso. Non è fantascienza ipotizzare — se la situazione non si sbloccasse i miei prossimi mesi — un destino simile a quello del Rimini.

Intanto i tifosi granata, i calciatori, ma in generale tutta la città siciliana chiedono chiarezza, stabilità e un progetto credibile.