Da quando Dan Friedkin ha acquisito la Roma nel 2020, rilevandola dal connazionale James Pallotta, la gestione del club giallorosso ha seguito una linea ben precisa. Un’impostazione manageriale, moderna, ma allo stesso tempo controversa, che nel corso degli anni sembra aver dato vita a un vero e proprio schema ricorrente. Al centro del progetto c’è sempre la figura dell’allenatore, scelto con grande attenzione, spesso di forte personalità e con ingaggi importanti. Tuttavia, accanto a questa scelta, si affianca quasi sempre un direttore sportivo le cui idee non combaciano pienamente con quelle del tecnico, generando cortocircuiti interni che, nel tempo, hanno minato la stabilità dell’ambiente.

Allenatori e dirigenti: strategie parallele e tensioni costanti

Il copione si è ripetuto più volte negli ultimi anni. Era accaduto con José Mourinho e Tiago Pinto, quando le divergenze sul mercato e sulla costruzione della rosa avevano creato attriti mai del tutto risolti. Lo stesso schema si è ripresentato con Daniele De Rossi e Lina Souloukou, fino ad arrivare alla situazione attuale con Gian Piero Gasperini e Frederic Massara.

In tutti questi casi, la mancanza di una linea condivisa tra panchina e dirigenza ha finito per generare tensioni all’interno di Trigoria. A pesare è stata anche l’assenza di una figura presidenziale costantemente presente nella gestione quotidiana: Friedkin, pur mantenendo il controllo strategico, ha spesso lasciato autonomia operativa senza però intervenire in maniera decisa nei momenti di conflitto.

Il risultato è stato un ambiente instabile, dove le divergenze si sono accumulate fino a diventare insanabili.

Numeri e prospettive: un nuovo cambio all’orizzonte?

I numeri raccontano con chiarezza questa tendenza. In poco più di sei anni di gestione, la Roma ha già cambiato cinque allenatori, segno evidente di una progettualità che fatica a trovare continuità. E il rischio è che la storia possa ripetersi ancora. Le voci che filtrano da Trigoria parlano infatti di un clima tutt’altro che sereno, con Gasperini che potrebbe essere il prossimo a pagare le conseguenze di questo sistema, soprattutto in caso di mancata qualificazione alla prossima Champions League.

Un eventuale nuovo cambio in panchina rappresenterebbe l’ennesimo reset tecnico, confermando come il “metodo Friedkin” fatichi a tradursi in stabilità sul lungo periodo.

La sensazione è che, senza un allineamento reale tra le varie anime del club, la Roma sia destinata a vivere ciclicamente le stesse dinamiche, in attesa che la costruzione del fatidico stadio possa finalmente iniziare.