Quindici migranti su un'imbarcazione di fortuna alla deriva, sono sopravvissuti per tre settimane bevendo il proprio sangue e la propria urina. La storia questa volta non viene dal Mediterraneo, ma dal tratto di oceano tra Cuba e gli Stati Uniti, teatro da decenni di disperati tentativi di fuga dal regime castrista.

Il racconto dei sopravvissuti

Questa Odissea dei giorni nostri è stata portata a conoscenza del mondo intero dal racconto dei sopravvissuti, essendo 32 le persone che erano partite all'inizio di agosto dalla spiaggia di Manzanillo a bordo di una imbarcazione rudimentale in alluminio da loro stessi costruita, attrezzata con un motore diesel Hyundai smontato da una vecchia per auto e collegato ad un'elica.

Il viaggio, come tanti altri, era stato progettato confidando sul trattamento di favore garantito dalla legge americana che concede automaticamente la cittadinanza ai cubani che mettono piede sul suolo degli Stati Uniti. Recentemente, però, la Guardia Costiera americana ha intensificato i controlli lungo la rotta più breve tra Cuba e la Florida, obbligando i migranti ad un itinerario ancora più lungo e pericoloso in direzione dell'Honduras, per poi proseguire il viaggio via terra attraversando il Messico.

Dopo due soli giorni di navigazione, il motore si è rotto, lasciando gli occupanti in balìa delle correnti. Sei persone hanno decido di tentare un disperato ritorno a Cuba a nuoto, ma di loro non si è più saputo nulla. Chi è rimasto sulla barca ha sperato di incrociare dei soccorsi, ma nessuna delle navi da crociera che secondo il racconto di un sopravvissuto, Alain Izquierdo, li ha avvistati, si è mai fermata.

Acqua di mare, sangue e urina

Col passare dei giorni, i 26 occupanti dell'imbarcazione, esaurite le scorte di acqua, hanno provato ad idratarsi bevendo acqua di mare, prima di prendere la decisione di bere le proprie urine e il proprio sangue che estraevano con l'aiuto di una siringa. Hanno dovuto resistere per tre settimane, durante le quali undici di loro non ce l'hanno fatta, prima di essere avvistati e soccorsi da un peschereccio messicano al largo dello Yucatan.

Sbarcati in Messico, dopo essere stati curati, hanno potuto riprendere il cammino verso gli Stati Uniti dove, accolti dalla nutrita comunità di esuli cubani, hanno potuto cominciare una nuova vita e far conoscere al mondo la loro disperata avventura.

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