Le ultime news sullo spinoso caso della morte di Yara Gambirasio vedono l'importante presa di posizione della consorte di Giuseppe Bossetti, accusato di essere l'assassino: la donna, che si chiama Marita Comi, difende a spada tratta il marito, dicendo che non trova spiegazione alla presenza del dna di Bossetti sui leggins della sfortunata tredicenne di Brembate.Intervistata a Matrix il 9 ottobre 2014, la Comi ha insinuato che l'assassino di Yara Gambirasio è ancora libero, precisando di escludere completamente che il muratore di Mapello avesse una doppia identità o comunque qualcosa di molto grave da nascondere.

Di certo in sede processuale l'esame delle indagini relative al dna sarà decisivo.

La signora ha voluto ricordare il momento dell'arresto del marito, avvenuto quando in casa era presente anche lei. Ha ricordato che avendo vissuto a Brembate, luogo di residenza di Yara Gambirasio, in precedenza era normale che ogni tanto tornasse a fare una passeggiata in luoghi che gli erano familiari. Tra l'altro è emerso che a Brembate Bossetti andava a fare le lampade perché in zona c'è un centro dove si spende poco. Marita Comi ha voluto spiegare che le condizioni di Bossetti, che appare depresso, non sono certo buone. L'uomo si è chiuso in sé stesso e si sfoga solo col cappellano del carcere di Bergamo.

Sul fatto che avesse ben 4 cellulari la donna ha detto che li teneva per ottenerne pezzi di ricambio aggiungendo che la scheda telefonica usata era sempre e comunque la medesima. Marita Comi ha escluso categoricamente che Bossetti possa aver scaricato materiale pedopornografico da Internet ma in questo senso è chiaro che molto dipende dagli accertamenti tecnici degli esperti.

A breve gli avvocati di Bossetti cercheranno di ottenere i domiciliari per il loro assistito, che dicono soffrire in modo particolare le particolari condizioni di vita imposte dal regime carcerario, al quale non è mai facile abituarsi per nessuno. Bossetti continua a proclamarsi non colpevole per l'omicidio di Yara Gambirasio e tale deve essere considerato fino a condanna definitiva come previsto dal nostro ordinamento.