Proseguono le indagini sul delitto di Pordenone, che ha visto cadere due giovani sotto i colpi di una pistola nel parcheggio di una palestra. Secondo l'inchiesta, Trifone Ragone e la sua compagna Teresa Costanza sono caduti in una trappola mortale, ben studiata, dove nulla è stato lasciato al caso. Possiamo ragionevolmente affermare che chi ha sparato è una persona ben addestrata all'autocontrollo, che si è mossa con una particolare freddezza. Si tratta dunque di un professionista che una volta compiuta la sua missione sembra scomparso nel nulla.

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Dopo aver passato in rassegna le immagini registrate da alcune telecamere, dopo avere monitorato la scena del crimine e dopo aver interrogato più di 150 testimoni, i militari dell'Arma hanno formulato un'ipotesi ben precisa circa la strada percorsa dal killer per dileguarsi senza dare nell'occhio.

C'è infatti una stradina completamente priva di telecamere. L'assassino era ben preparato, sapeva come muoversi. Resta comunque da mettere a fuoco il movente dell'omicidio. L'ultima pista, secondo quanto riportato dal Messaggero veneto, sarebbe addirittura quella del traffico di armi. I parenti di Trifone e Teresa giurano che si tratta di due giovani onesti e lavoratori. L'uomo era nell'esercito mentre la sua compagna era impiegata presso un'Agenzia di Assicurazioni (la Zurich), ma aveva lavorato anche a Milano.



La nonna di Trifone ha invitato gli inquirenti a vagliare la posizione di un ex di Teresa particolarmente scomodo, poiché molto nervoso e insistente nel tempestare Teresa di chiamate sul cellulare sgradite al geloso compagno di vita. Anche questa pista non potrà essere trascurata. Il killer ha sparato prima a Trifone e poi a lei.

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Era anch'ella un obiettivo oppure è stata uccisa perché diventata di fatto un testimone scomodo, visto che ha visto in faccia chi ha sparato? Al momento non è dato saperlo, perché è evidente che in questa inchiesta manca ancora qualche elemento importante. Quello che va capito è da dove nasce l'ordine di uccidere.