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Poche ore dopo due stupri ai danni di una turista americana in una discoteca di Sorrento, i suoi carnefici hanno scattato un selfie facendo il segno di vittoria. Simbolo di una cultura maschile dove ogni prodezza sessuale ottenuta coercitivamente o meno viene considerata una conquista per il maschio. L'episodio, accaduto una sera di luglio come tante, riassume uno spaccato di cultura maschilista ancora troppo radicata in un'Italia che considera il corpo femminile un terreno di conquista sul quale esercitare la propria virilità. Un corpo su cui esercitare dominio e possesso perché un uomo che non porta a letto una donna viene ancora oggi considerato gay.

Da una parte fa scalpore la foto del selfie e la vittima giustamente riceve tantissima solidarietà, dall'altra l'episodio dello stupro non viene ritenuto poi così rilevante. Gli amici difendono gli stupratori: sono bravi ragazzi e non hanno bisogno di stuprare perché piacciono alle ragazze. Come se lo stupro fosse la normale risposta di un uomo respinto. 

Malgrado le telecamere li abbiano incastrati ben due volte e uno dei due abbia dei precedenti per stupro, c'è chi mette in dubbio l'accaduto e colpevolizza la vittima perfino per essere andata in bagno a piangere prima di ricevere una seconda aggressione. Non ha stuprato uno straniero, dunque nessuno si chiede sulla necessità di applicare la castrazione chimica e chi l'ha proposta come soluzione facendone una campagna politica non reputa necessario parlare di questo episodio e di applicare la medesima pena. 

La stessa cultura che quando a stuprare è un italiano continua a colpire la vittima: se l'è cercata, è una "donna facile" perché ha flirtato con uno di loro o si è inventata tutto perché si è pentita di un rapporto sessuale consenziente.

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Una grande fetta di italiani non ritengono che una donna abbia diritto ad autodeterminarsi, che possa fare delle scelte sessuali.

Riflettiamo che le stesse considerazioni che stanno facendo chi ora sta accusando la vittima le hanno fatte anche chi l'ha stuprata, ovvero: la donna non deve scegliere con chi andare a letto. Nel momento che sceglie viene essere definita di facili costumi e percepita disponibile ad andare a letto con tutti. Si chiama cultura dello stupro e va a braccetto con lo slut-shaming, ossia la tendenza di condannare la sessualità femminile ritenendola inferiore a quella dell'uomo.

Il problema della cultura dello stupro è emerso anche nel caso di Fortezza da Basso, quando  il branco è stato assolto perché la vittima aveva una vita sessuale troppo libera. Se questa problematica è perfino presente nelle aule della giustizia come possiamo pensare che il singolo cittadino condanni lo stupro? 

Considerando che uno dei ragazzi accusati dello stupro avvenuto in discoteca ai danni della turista è stato denunciato tempo fa per un episodio simile, credo che sia utile imputare anche alla giustizia italiana la responsabilità dell'aumento degli stupri.

Se i deterrenti non vengono applicati come si può pretendere di attuare un piano a livello culturale per eliminare il problema alla radice? In poche parole, se già nei tribunali il problema non viene ritenuto grave, o peggio viene giustificato, come possiamo pretendere che casi come questo non vengano attuati anche da parte dei nostri connazionali?

Il problema degli stupri è culturale, si pensi che abbiamo dovuto aspettare fino al '96 per una legge che riconosce lo stupro come un reato contro la persona e fino al 1981 per vedere abrogata quella legge integralista che imponeva ad uno stupratore di sposare la sua vittima, indipendentemente dalla volontà di quest'ultima. Legge che oggi è presente in alcuni "stati islamici" che impongono la sharia.

Molto grave sostenere che questo problema sia solo prerogativa dell'immigrazione. Un Paese come il nostro dovrebbe essere abbastanza civile e non fraintendere un sorriso femminile come una richiesta di approccio sessuale. Evidentemente non è così, segno di una parità di genere ancora lontana.