Nella puntata di 24 mattino ieri, Alessandro Milan ha trattato un tema tanto complesso, quanto trascurato: l' influenza dei pregiudizi e dei processi sommari che dilagano sui social media. Nella fattispecie l' argomento principale è stato quello relativo alla rinuncia della cattedra di psicologia all’Istituto professionale Einaudi di Roma da parte di Giovanni Scattone. "Con la Scuola ho chiuso" ha dichiarato l' uomo che venne accusato dell' omicidio di Marta Russo, avvenuto nella città universitaria della Sapienza il 9 maggio 1997.

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Un omicidio del quale l' imputato si è sempre dichiarato innocente.

Il punto dell'avvocato Viglione

L' avvocato di Scattone, Giancarlo Viglione, ha detto ai microfoni di Radio 24 che il suo assistito ha rinunciato perché lui non è riuscito a fargli cambiare idea"[...] Quell' apriti cielo (riferito alla levata di scudi mediatica successiva alla notizia dell' ottenimento della cattedra) lo ha turbato, al punto tale da ritenere di non essere sereno [...] E' una delle tante stranezze di questo paese [...]" seguita Viglione "Questo ragazzo ha insegnato per 10 anni come precario senza suscitare polemiche [...]".

Il conduttore ha precisato che qualche polemica c' era stata, riconoscendo però che mai era venuta dagli studenti, i quali - al contrario - ne avevano elogiato il lavoro. Tant' è che l' avvocato ha riportato che Scattone avrebbe dichiarato: "Se un raggio di sole c' è stato in questi giorni, sono stati gli SMS e le telefonate dei miei tanti studenti, che mi incoraggiavano ad andare avanti". Il legale non è entrato nel merito dei commenti successivi alla decisione del suo assistito di rinunciare alla cattedra, limitandosi a riassumere i termini della sentenza e ribadendo - correttamente - che quest' ultima va rispettata nella sua interezza, non escludendone una parte.

A chi poi considera scandaloso che una persona condannata abbia potuto insegnare per 10 anni, Viglione ha affermato che Scattone potrebbe ritenere scandalosa la sentenza.

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Sembra un gioco di parole ma non lo è. Semmai preoccupano gli effetti della grancassa mediatica (e dei social), con l'alibi improprio e demagogico del principio di democrazia diretta, quando invece ci troviamo dinanzi a un vero processo sommario.

Può educare una persona condannata per omicidio? Questa è la domanda implicita che si sono fatti in molti subito dopo la diffusione delle dichiarazioni della madre di Marta Russo, la studentessa uccisa da un proiettile all'Università La Sapienza di Roma nel 1997. Il conduttore di 24 Mattino, Alessandro Milan, ha fatto la domanda agli ascoltatori del programma ("Ma voi mandereste vostro figlio a lezione da un professore condannato per omicidio, pur avendo scontato la pena?"). 

La risposta del ministro Giannini

La domanda, invero, l'aveva già fatta il direttore di Panorama, Gianfranco Mulè, al ministro Giannini, la quale ha risposto affermativamente, precisando che si tratta di "[...] Una condanna espiata, secondo le leggi dello Stato, e a cui non si era abbinata allora da parte dei giudici competenti la misura dell' interdizione dai pubblici servigi [...]".

Alex Corlazzoli, maestro e opinionista del mondo della scuola si è unito al coro di quelli che manderebbero i propri figli a lezione da Giovanni Scattone. Ha citato l' articolo 27 della Costituzione ("Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato").

La macelleria sociale dei processi sommari sui social media, spesso camuffata demagogicamente come strumento di democrazia diretta, produce effetti distorsivi, che - uniti all' impulsività e alla poca responsabilità - possono anche scaturire in drammi. E' vero è stato Scattone stesso a rinunciare, ma la risposta alla domanda su come si sarebbe comportato se la sua nomina non fosse trapelata in maniera tanto clamorosa, appare scontata. Ancora una volta non deve essere il mezzo ad essere messo sotto accusa, ma l' uso che se ne fa.