Cinquantadue, forse cinquantacinque esecuzioni. La condanna: "reati contro lo Stato". Questi i numeri e le motivazioni di una serie di decapitazioni che, secondo fonti di informazione locali, avranno luogo in questi giorni in Arabia Saudita. Nessuna lista contenente i nomi dei condannati, né alcuna indicazione sulla data esatta della loro morte. Stando a tali fonti, oltre ai responsabili di atti terroristici, alcuni di quelli che troveranno presto la morte potrebbero essere semplici manifestanti appartenenti alla comunità sciita: cinque, forse sei, o forse ancora di più.

Gli arresti dei militanti sciiti fanno riferimento ai fatti accaduti nella zona orientale dell'Arabia Saudita nel 2011, alimentati dal fervore della Primavera Araba e finalizzati all'ottenimento di maggiori diritti, nonché di auspicate riforme politiche.

Secondo le autorità saudite, le proteste in questione avrebbero assunto la veste di "movimento antigovernativo armato", infuocato dalla violenza. Tra le prossime esecuzioni, quindi, potrebbe esserci anche quella di Ali Mohammed Baqir al-Nimr, nipote del leader della protesta. Il nome del ragazzo è già noto alla comunità internazionale: infatti, in seguito alla sua condanna, molte sono state le ONG mobilitatesi in suo favore. Anche in questi momenti la rete è in fermento: su change.org è online la petizione lanciata per raccogliere firme e salvare la vita del giovane.

L'Arabia Saudita e la pena di morte

Centocinquantuno le condanne a morte eseguite nel 2015 nello Stato Saudita, a cospetto delle ottantotto del 2014. Un numero che, nell'arco di un anno, è quasi raddoppiato e che, si teme, possa continua a crescere, col pretesto di eliminare i terroristi e col reale scopo, invece, di sopprimere le opposizioni al regime.

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Decapitazione e crocifissione del cadavere fino alla sua decomposizione: questa la condanna toccata ad Ali al-Nimr. Termini che fanno tremare solo a sentirli. Scenari che paiono appartenere a tempi lontani e che, invece, fanno parte di una buia quotidianità che sembra volersi estendere a macchia d'olio. Le madri dei ragazzi nel braccio della morte implorano grazia e chiedono un giusto processo per i loro figli, condannati per reati commessi quando erano minorenni, in palese violazione della Convenzione sui diritti dell’infanzia e del diritto internazionale, e basati su confessioni estorte con maltrattamenti e torture. 

Condanna a morte per omosessualità, apostasia, blasfemia, tradimento e omicidio, lapidazione per adulterio, taglio degli arti per rapine e furti: queste alcune delle pene previste dal codice penale saudita, fondato su una rigida interpretazione delle fonti giuridiche che fanno capo all'Islam. Inquietanti le analogie col codice dell'Is. Il quotidiano britannico The Independent rammenta che, in una rarissima intervista rilasciata al portale Arab News, l’uomo ritenuto il leader dei boia del paese abbia affermato di essere “molto orgoglioso di fare il lavoro di Dio”. E, intanto, "l'Occidente" sta a guardare.