L’utente ha sempre il diritto di ricevere i servizi e le prestazioni commerciali per cui paga le bollette. Nel caso dell’approvvigionamento idrico, a maggior ragione, dato che l’utente paga anche l’installazione dell’impianto di potabilizzazione, lo stesso deve poter usufruire del relativo servizio di acqua potabile. Qualora invece l’utente non possa utilizzare l’acqua per scopi alimentari all’interno della propria casa, il Comune può imporre lo stesso l’obbligo di pagare la quota relativa al servizio di depurazione?

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La Corte di Cassazione ha sciolto i dubbi legati a tale quesito con una recente sentenza, disponendo la riduzione dei canoni per la depurazione relativi alle bollette per la fornitura idrica per i periodi in cui l’acqua non è stata potabile. Tale principio di diritto trova fondamento anche nel Codice del Consumo che dispone che, nel caso di difetto di conformità, il consumatore ha sempre diritto o alla risoluzione del contratto o ad una riduzione adeguata del prezzo.

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Cosa succede se l’acqua di casa non è utilizzabile per scopi alimentari?

La vicenda giudiziaria da cui trae origine la sentenza della Corte di Cassazione riguarda appunto il caso di un uomo che aveva richiesto la restituzione degli importi pagati relativi ai canoni di depurazione, proprio perché non aveva potuto utilizzare l’acqua all’interno del proprio appartamento, essendo inoltre stato costretto ad acquistare filtri e depuratori per sopperire a tale inefficienza.

I giudici di legittimità, dando ragione all’uomo, hanno escluso il diritto alla riscossione, posto che l’amministrazione comunale non aveva dato prova dell’esistenza di un impianto di depurazione funzionante. Anche la Corte di Cassazione conferma la sentenza dei giudici di merito proprio perché non è stata dimostrata l’effettiva fruizione del servizio di depurazione da parte dell’uomo. I giudici di legittimità, dopo avere richiamato anche una sentenza della Corte Costituzionale del 2008, hanno inoltre precisato che se questo servizio non viene fornito adeguatamente, il consumatore ha il diritto di chiedere non solo il rimborso ma anche il risarcimento del danno.

Alcuni giudici di merito nei casi più gravi hanno infatti riconosciuto anche il diritto al risarcimento, in conseguenza del danno economico provocato dal rifornimento dell’acqua da fonti alternative (Corte di cassazione con sentenza n. 25112 del 14.12.2015).

Diritto alla restituzione se manca l’impianto di depurazione

Il ragionamento dei giudici di legittimità parte dal presupposto che il consumatore riceve la prestazione principale che consiste nella somministrazione della risorsa idrica, cui si affianca sempre la prestazione della fornitura dei servizi di depurazione e fognatura.

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Gli ermellini dunque sono irremovibili nel concludere che l’amministrazione comunale non può chiedere il pagamento se non fornisce la controprestazione del servizio di depurazione delle acque. In tali casi è del tutto irragionevole l’imposizione all’utente dell’obbligo di pagare la relativa quota. A detta dei giudici di Piazza Cavour, la tariffa del servizio idrico, in quanto corrispettivo del servizio idrico appunto, trova la proprio fonte nel contratto di utenza.

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Tale tariffa dunque, proprio perché non può esser considerata un atto impositivo e quindi una tassa che deve esser pagata in ogni caso, in alcune circostanze deve anche esser restituita.

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