Bolero, questo era il nome di battaglia che gli era stato assegnato dai partigiani emiliani. Contadino come suo fratello, viveva ad Anzola dell'Emilia ed aveva 17 anni quando decise di unirsi alla Resistenza andando a rinforzare la rete di supporto dei combattenti che ogni giorno combattevano con i tedeschi.

Nel dicembre 1944, tradito, fu catturato insieme a suo fratello e ad altri duecento partigiani. Furono trasferiti in carcere a Bologna e da qui a Bolzano per poi essere caricati su un carro merci per essere internati a Mauthausen.

Un' esperienza drammatica che ha lasciato segni nel suo corpo e nella sua anima, ma un dramma che non l’ha distrutto.

Armando Gasiani ha conservato tutto il suo spirito, la sua gioia, la sua disponibilità e la sua voglia di libertà.

A Mauthausen

Arrivato al campo, gli fu assegnato il numero 115523 e, diviso definitivamente dal fratello che non rivedrà mai più, fu smistato a Gusen II. Qui, spacciandosi per meccanico, riuscì a farsi impiegare in una fabbrica di aeromobili. Molto probabilmente fu questo a salvarlo evitandogli l'ulteriore aggravio dell'esposizione alle intemperie, più presente nei lavori in esterno. In effetti, coloro che lavorarono a Mauthausen non raggiunsero mai i quattro mesi e mezzo di vita, lui malgrado gli stenti, le privazioni e l'immensa fatica sopravvisse fino alla liberazione avvenuta il 5 maggio del 1945, quando il campo fu liberato da uno Squadrone di ricognizione statunitense.

Ridotto pelle ed ossa, era arrivato a pesare solo 34 chili ed a consumarlo era stata la fame, il freddo, le durissime giornate lavorative e le conseguenti malattie.

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Non è difficile immaginare che le poche ore di sonno fossero spesso preda di terribili incubi, ma quando qualche notte sognava casa, i genitori o del pane caldo e profumato il risveglio era ancora più duro: quella che iniziava era un’altra giornata di sofferenze.

Ben sapendo che in quelle condizioni non sarebbe vissuto a lungo, era sorretto da un’unica speranza: che la guerra finisse prima possibile.

Il silenzio e il ritorno alla parola

Gasiani rientrò a casa. Egli è uno dei 23826 italiani deportati nei campi di concentramento per ragioni politiche. Malgrado il cattivo stato di salute provò a raccontare quello che aveva vissuto, ma non fu creduto. Nessuno, neanche a casa sua, poteva credere che tutte quelle atrocità fossero cose realmente accadute, che quei campi di cui lui parlava fossero stati costruiti appositamente per dare la morte alle persone. Ed allora decise di non parlarne più. Rimase in silenzio per 50 anni.

A fargli cambiare idea fu il film di Roberto Benigni, La vita è bella.

La sua seconda Liberazione. Da allora, Bolero va in giro nelle scuole a raccontare ciò che è stato, la sua prigionia nel Lager, quello che ha visto, quante vite sono state date perché noi potessimo godere della libertà di cui beneficiamo. A ricordare quello che ebbe modo di affermare Primo Levi: “Quando il dogma inespresso diventa premessa di una ideologia, al termine di tutto c'è il lager”, perché dietro l’angolo c’è sempre il rischio che l’oblio porti ad una silente e inammissibile cancellazione di quanto è stato.