Il termine per il "cessate il fuoco" è ormai vicinissimo. Il presidente siriano Assad lo rispetterà, così come comunicato al suo fedele alleato Vladimir Putin, ma ovviamente nella tregua non è compresa la guerra contro l'Isis che terminerà solo quando i territori della Siria occupati dal Califfato saranno nuovamente sotto il controllo di Damasco. Intanto tra il 24 ed il 25 febbraio è stata combattuta nell'area di Khannaser, a sud di Aleppo, una delle battaglie più cruente tra l'esercito regolare siriano e le milizie jiahdiste, con ingenti perdite da parte islamista.

Le Forze Tigre, élite dell'esercito siriano, coperte dall'aviazione russa, hanno sbaragliato il nemico. Tanti caduti sul fronte Isis anche a Deir ez-Zor, dove i miliziani dello Stato Islamico vanno all'assalto praticamente all'arma bianca e vengono sistematicamente annientati dalla Guardia Repubblicana di Assad. Eppure i jihadisti appaiono ben lontani da una resa.

Rinforzi per l'Isis

"Tagliare i ponti all'Isis". Non è un modo di dire. In Paesi come Bahrain, Qatar, Emirati Arabi e Kuwait ci sarebbero parecchi finanziatori dello Stato Islamico che inoltre può contare sul supporto dei "foreign fighters" ed in questo modo recluta ed addestra incessantemente nuove milizie.

Secondo fonti dell'intelligence americana, il ricambio di uomini tra le forze islamiste avverrebbe ogni 3-6 mesi ed in termini militari significa poter contare su uomini relativamente freschi in maniera abbastanza frequente. A complicare la questione ci si mette anche il premier turco Erdogan che a chiesto agli Stati Uniti di escludere dal "cessate il fuoco" gli attacchi nei confronti delle milizie curde dell'Ygp, altra forza che sta avanzando contro l'Isis. A questo punto gli Stati Uniti dovranno decidere, non possono più permettersi di appoggiare l'Ygp e nello stesso tempo permettere alla Turchia di attaccarli.

Il gioco della botte e del cerchio non può durare per sempre.

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