Il primo passo in avanti l’ha fatto H&M, noto brand di abbigliamento famoso a livello globale. L’azienda svedese ha ammesso, interpellata dal quotidiano britannico ‘The Independent’, di aver identificato bambini siriani nelle fabbriche turche dove vengono prodotti la maggior parte dei propri vestiti destinati al mercato europeo. Anche ‘Next’, altro colosso dell’abbigliamento, ha confermato che molti rifugiati siriani che scappano dalla situazione disastrosa del proprio Paese finiscono poi a lavorare nelle fabbriche turche. In generale, di numerose compagnie che hanno stabilimenti in Turchia, soltanto quattro hanno ammesso la presenza di rifugiati siriani.

Questo significa che potrebbero essercene molti di più sparsi nel resto del Paese, di cui però nessuno parla.

Sfruttamento del lavoro

Nel report della BHRRC (Human Rights Resource Centre) si legge che ‘centinaia di migliaia di adulti siriani’ lavorano in Turchia per salari che sono ben al di sotto del minimo legale (95,7 dollari al mese). Nel Paese che è lo spartiacque tra Europa e Asia si trova uno dei più grandi poli produttivi di articoli di abbigliamento per le grandi catene internazionali: qui vengono sfornati molti prodotti di marchi celebri e tra gli altri spiccano Adidas, Nike, Puma, H&M e Burberry. Inoltre la Turchia, ad oggi, è il Paese che ospita più rifugiati siriani in assoluto: dal 2011 ad oggi, quel territorio che un tempo è stato la culla dell’Impero Ottomano, ha accolto 2 milioni e mezzo di siriani in fuga dal conflitto che sta coinvolgendo il loro Paese.

Secondo il report della BHRRC, tra i 250 e i 450 mila siriani, ad oggi, lavorano nelle fabbriche turche. Il loro status ‘speciale’ (nell’accezione negativa del termine) di rifugiati fa sì che non possano godere dei diritti basilari dei lavoratori, a cui si aggiungono le loro condizioni economiche il più delle volte disperate.

Da qui allo sfruttamento in fabbrica, nel mondo capitalista in cui viviamo, il passo è breve.

Ammissioni di colpa

Soltanto quattro marchi di abbigliamento hanno ammesso che nelle proprie fabbriche sono presenti rifugiati siriani (talvolta minori). Di queste, soltanto due (H&M e Next) hanno dichiarato di aver adottato contromisure per consentire ai più giovani di tornare a studiare e di aver aiutato le loro famiglie, memtre Primark e C&A si sono limitate ad ammettere di aver identificato siriani adulti tra i lavoratori delle proprie fabbriche.

Nike, Burberry, Adidas, Puma e ‘Arcadia Group’ hanno invece negato la presenza di siriani tra i lavoratori delle proprie catene di produzione, altri (Mark & Spencer, Asos, GAP, River Island) hanno evitato di rispondere a priori, altri ancora hanno risposto dicendo di essersi attivati contro lo sfruttamento minorile nell’industria dell’abbigliamento ma non hanno fornito nessuna prova concreta al riguardo, come riporta l’Independent.