I recentissimi fatti di Bruxelles sono la prova tangibile: la rete di "foreign fighters" addestrati e, successivamente, sguinzagliati in Europa sono l'unica, vera arma in possesso dell'Isis. In campo aperto le forze islamiste arrancano in Siria e rischiano di essere ricacciate indietro anche in Libia. Il terrorismo rimane dunque il modo più diretto per rispondere alle sconfitte militari. Secondo il parere di alcune intelligence europee, sarebbero circa 400 i combattenti inviati dall'Isis in Europa: un esercito frazionato in tante cellule.

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Jihadisti italiani, pochi e disorganizzati

In Italia non esisterebbe, secondo le fonti dell'antiterrorismo, una cellula organizzata come quella belga. Si tratterebbe per lo più di casi isolati, pochi e disorganizzati, in maggioranza perfettamente integrati al tessuto sociale e, per questo motivo, difficilmente individuabili. Eppure esistono, sono i jihadisti italiani anche se nella maggior parte dei casi di tratta di stranieri residenti in Italia, disposti a combattere per lo Stato Islamico.

Lombardia, 'culla' islamista

Oltre ai casi clamorosi di Fatima, la donna campana convertita all'Islam e partita per la Siria insieme al marito, della cyber-jihadista Meriem Rehaily e di Giuliano Delnevo, morto in Siria nel 2013, ci sono anche altri soggetti che vengono monitorati con attenzione dall'antiterrorismo.

Le "culle" della jihad italiana sarebbero le provincie lombarde. In provincia di Lecco, ad esempio, sono state segnalate le vicende di Alice Brignoli, 39 anni, andata in Siria insieme al marito, il marocchino 32enne Mohamed Koraichi, ed ai tre figli, o di Valbona Berisha, 33 anni, origini albanesi, partita anche lei alla volta della Siria con il figlioletto di 6 anni. Secondo i servizi segreti, l'Isis sarebbe disposta a pagare madri come Valbona per far addestrare i figli alla jihad. In Europa si sono registrati in tal senso oltre 500 casi di giovani donne che hanno abbracciato la causa islamista.

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Tornando alle storie di casa nostra, situazioni del genere provocano allarme sociale ma non rappresentano un problema per la sicurezza, almeno non ancora. In Italia mancherebbe una figura di riferimento dello Stato Islamico, un leader carismatico capace di organizzare vere e proprie cellule di combattenti. Pertanto le persone "sedotte" dalla causa jihadista spesso e malvolentieri si ritrovano senza una guida. Ogni singolo caso fa storia a sé, non sono mai esistiti contatti tra queste persone. Se questo da un versante tranquillizza l'antiterrorismo, perchè di fatto prova che in Italia non esiste una cellula organizzata e pronta a colpire, dall'altro rende molto complesse le indagini visto che non c'è un unico filone da seguire ma tante frazioni.

Il problema dei rimpatri

L'intelligence italiana si pone, al contrario, il problema dei rimpatri. Quanti di questi foreign fighters, italiani o stranieri, partiti o transitati per l'Italia, sono pronti a far ritorno? Più che probabile che tra questi soggetti ormai "radicalizzati" e pronti all'azione ci siano aspiranti kamikaze pronti a colpire entro i confini del Belpaese. In realtà si tratta di un problema esteso a tutta l'Unione Europea ed in tal senso si è tenuta subito dopo gli attentati di Bruxelles una riunione, nella sede dell'UE della capitale belga, che ha visto protagonisti i ministri dell'Interno dei Paesi interessati.

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Il risultato è una risoluzione comune che punta a maggiori controlli verso tutti coloro che transitano entro i confini dell'area Schengen: tra questi un controllo dei dati biometrici ma, soprattutto, una maggiore collaborazione tra le intelligence dei vari Paesi nel condividere i dati in possesso, dunque la creazione di un unico database. "L'obiettivo - ha dichiarato il ministro dell'Interno, Angelino Alfano - è quello di evitare che in Italia e negli altri Paesi possano nascere quartieri ghetto e preda dunque del fondamentalismo islamico, così come accaduto in Belgio".