Intimidazioni, minacce e, in taluni casi, anche incendi come plateale forma di persuasione. Nel primo scorcio del 2016, in poco più di un mese, si sono già verificati più di trenta atti intimidatori nei confronti di amministratori localida quanto emerge dalla denuncia di Avviso Pubblico, l’organizzazione che aggrega enti locali e Regioni per la formazione civile contro le mafie. Nella maggioranza dei casi, gli obiettivi sono stati i sindaci, con quello di Reggio Emilia sotto scorta dai primi di febbraio, quindi gli assessori, poi i dipendenti pubblici e alcuni attivisti politici.

Com'è facilmente immaginabile, il fenomeno è largamente diffuso in tutto il territorio nazionale: Avviso pubblico ha censito 9 regioni, 17 province e 25 Comuni. E’ sempre nel Mezzogiorno la macro-area dove si registra il maggior numero di episodi, con il 70 per cento dei casi. In particolare a livello regionale spicca la Calabria, con numerosi atti intimidatori nel Reggino, seguita da Puglia, Sicilia, Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, Campania, Lazio e Sardegna.

Il dato che emerge è il consolidamento del grado di penetrazione della malavita nelle regioni del Nord, una volta ritenute erroneamente realtà solide e impermeabili a certi fenomeni. La sottovalutazione si è rivelata un errore madornale perché dalla fine degli anni ’70 le organizzazioni mafiose hanno attecchito fino a radicare la propria presenza. Oggi possiamo tranquillamente parlare di mafiosi di seconda generazione, cioè di malavitosi nati e cresciuti al di sopra della “linea Gotica”.

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L’incendio strumento di “persuasione”

L’incendio è il principale mezzo di intimidazione, utilizzato nel cinquanta per cento dei casi, soprattutto nel Mezzogiorno, mentre nel 39 per cento sono state spedite lettere anonimecontenenti minacce, una tecnica adottata nel Centro Nord. Non sono mancate aggressioni fisiche e invettive, che hanno subito, in particolare, i sindaci di Civitavecchia, Calcinato (Brescia) ed Erba (Como).

Il più delle volte gli anonimi esecutori hanno appiccato incidenti alle auto private, quindi alle strutture comunali e alle case di proprietà dei destinatari. Tra le fiamme sono finiti spesso anche i pulmini della scuolabus e gli autocompattatori per la raccolta dei rifiuti. Nel Veneto qualcuno ha fatto saltare la cassetta postale dell’abitazione di un sindaco.

Avviso pubblico ha registrato anche casi di amministratori locali minacciati più volte: è successo a Pietro Ortu, già sindaco di Oristano; Salvatore Fuda, sindaco di Gioia Jonica; Carmine Brandi, sindaco di Carovigno (Brindisi); Arturo Bova, già sindaco di Amaroni (Catanzaro); Pasquale Amato, sindaco di Palma di Montechiaro (Agrigento).

Quindi il caso più eclatante. Il primo febbraio il sindaco di Reggio Emilia Luca Vecchi ha ricevuto una lettera scritta da un imprenditore calabrese imputato nel processo Aemilia, la maxi inchiesta contro la ‘ndrangheta, che ha portato a 115 arresti di persone ritenute affiliate allacosca di Cutro (Crotone) attiva dal 2004 a Reggio Emilia.

Il sindaco di Reggio Emilia sotto scorta

Nella lettera, consegnata dall’avvocato dell’imprenditore alla redazione locale del Resto del Carlino, c’è scritto, tra l’altro: “Sindaco, lei è fortunato, non sa quanto”.

Il Comitato per la sicurezza pubblica l’ha considerata una minaccia vera e ha assegnato al sindaco Vecchi una scorta. Da quel momento il primo cittadino è sempre accompagnato da un agente e non potrà più guidare l’auto da solo.«E’ il classico metodo mafioso– ha commentato Vecchi – infangare l’avversario per isolarlo e per poi colpirlo indisturbati è una procedura che conosciamo. Ricordo che la nostra comunità e l’amministrazione comunale si sono costituiti parte civile nel processo Aemilia. Dunque questa vicenda – ha osservato Vecchi – non è personale come vorrebbe far capire la persona che mi minaccia, ma attiene a una questione che coinvolge la nostra comunità, che ha saputo reagire».

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