Dove sono Alessandro, Carlo, Pasquale, Claudio e tanti altri? In carcere, fuori dall'Italia. E cosa sono Alessandro, Carlo, Pasquale, Claudio e tanti altri? Prigionieri dimenticati, come recita il titolo del libro di Katia Anedda pubblicato da historica (pp.134, euro 15, prefazione di Giulio Maria Terzi di Sant'Agata).

L'autrice ha fondato nel 2008 la onlus Prigionieri del silenzio, che si occupa della tutela dei diritti umani degli italiani detenuti all'estero. E questo libro nasce da quell'esperienza, dalle testimonianze dei vari Alessandro, Carlo, Pasquale, Claudio e dei loro famigliari.

Tremila detenuti

Secondo dati del Ministero degli Esteri riportati nel volume, a luglio 2014 gli italiani detenuti all'estero erano 3.422, dei quali la maggior parte nei Paesi dell'Unione Europea (Germania in testa).

Tutti innocenti? Ovviamente no. Lo scrive la stessa Anedda: “anche laddove il reato sia stato realmente connesso, è giusto perdere la propria libertà, ma mai la propria dignità di essere umano”.

Il cuore del libro infatti non è tanto l'innocenza o meno delle persone le cui vicende sono narrate dall'autrice - con partecipazione e passione, ma anche distacco oggettivo. Il nodo è il modo in cui queste persone sono e sono state trattate: arresti, indagini, condanne spesso sono avvenute in maniera poco limpida, per non dire illegale.

Tre volte prigionieri

La colpa basilare, fondamentale di Alessandro, Carlo, Pasquale, Claudio è di essere persone comuni: non erano famosi prima dell'arresto e della detenzione, non lo sono dopo (ognuno pensi ai fatti di cronaca più recenti, non c'è bisogno di far nomi).

Alessandro, Carlo, Pasquale, Claudio sono prigionieri tre volte: delle strutture carcerarie (magari in Paesi denunciati da Amnesty International e altre associazioni per le terribili condizioni di reclusione); del silenzio delle autorità italiane, le quali per vari motivi (assenza o incompetenza di personale diplomatico in loco, cinico realismo politico) poco o nulla fanno per i nostri connazionali; infine, della convinzione che “chi si trova in carcere abbia sicuramente commesso un reato e pertanto è giusto venga punito”.

Poco importa che, come nel caso di alcune delle storie qui raccolte, reato non ci fosse e che esso fosse stato costruito ad arte dalle autorità di polizia o giudiziaria. Poco importa che queste persone avrebbero comunque diritto a scontare la pena in Italia.

Abbiamo scritto sopra che gli italiani detenuti all'estero sono poco più tremila. Sembrerebbe una cifra irrisoria, ma l'autrice sa ribaltare quest'idea: “se si considera che al loro fianco almeno altre 10 persone, tra amici e parenti, vivono questa problematica, possiamo contare almeno 30.000 italiani che vivono l'esperienza, sia pur indirettamente, della detenzione oltre confine”.

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