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All'indomani di una ricostruzione trasmessa in tv, dalla pagina Facebook "Verità e giustizia per Manuel" partirono ondate di sdegno da parte della famiglia Piredda. La puntata de Il Terzo Indizio, in onda il 7 giugno 2016 su Rete 4, ha sollevato le polveri della battaglia mediatica tra Valentina Pitzalis e i genitori di Manuel Piredda. Una ricostruzione televisiva che, secondo la famiglia del ragazzo, contiene "falsità palesi". Oltre alla scrivania e alla finestra al 4° piano, Roberta Mamusa precisa che c'è un errore evidente sul matrimonio quando l'inviato, davanti al palazzo del Comune di Carbonia, lo indica come il luogo in cui si tenne il rito civile: "Mio figlio e Valentina si sposarono sul Monte Sirai, in una stanza comunale, un luogo che mi fece inorridire".

Il libro

Nel 2014, dopo la pubblicazione di "Nessuno può toglierti il sorriso", libro di Valentina Pitzalis (con Giusy Laganà), edito da Mondadori, la famiglia Piredda ha querelato per diffamazione le autrici e la casa editrice, per il contenuto ritenuto "non veritiero e diffamatorio". Roberta Mamusa dichiara: "Qualcuno afferma che non abbiamo mai presentato querela per quel libro. Si sbaglia. Come avrei potuto non querelare per un testo con simili bugie su mio figlio? Copia della querela compare tra le mie mani persino durante una delle mie rarissime apparizioni pubbliche, quando, intervistata da Canale 40, tenevo in mano proprio quel documento. Siamo alla follia". Poi ci sono gli indumenti di Manuel, che nel libro (come in tv) la Pitzalis sostiene di ricordare perfettamente: la Mamusa spiega che il ragazzo aveva un solo giubbotto in jeans e una sola cuffietta verde, che "sono intatti a casa nostra, a Gonnesa", chiedendosi come sia possibile che gli inquirenti abbiano potuto identificarlo proprio per la corrispondenza con gli abiti descritti dalla Pitzalis, come gli stessi le riferirono in quell'interrogatorio del 27 maggio 2011.

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Un altro nodo da sciogliere è quell'annaffiatoio verde mai ritrovato sulla scena del crimine: "Si parla di un secchio (o bacinella) liquefatto ma riconoscibile. Valentina nel libro scrive: 'Manuel era davanti alla porta della cucina (...) a pochi passi da me, con un annaffiatoio verde in mano; gli inquirenti non l'hanno mai ritrovato, ipotizzando invece che fosse una tanica. Annaffiatoio? Spruzzino? Tanica? La sostanza non cambia'. Il dettaglio per noi è fondamentale, perchè quella sarebbe l'arma del delitto che, ad oggi, come descritta dalla Pitzalis, non è mai stata trovata".

Il chiavistello e il suicidio

Per la Mamusa, il 'pesante chiavistello' descritto da Valentina era talmente piccolo che persino un bambino lo avrebbe aperto. Nel verbale di primo intervento, è descritta la seguente scena: "Mediante una tavola di legno trovata nel pianerottolo, spingevamo la porta d'ingresso, che non risultava chiusa a chiave". Roberta chiede: "Se fu sufficiente spingerla con una tavola e non era chiusa a chiave, forse nemmeno quel chiavistello la chiudeva.

La porta non fu sfondata con una trave". Un'analisi immediata sul chiavistello, per i Piredda, avrebbe accertato se la porta fosse chiusa dall'interno: "Se la porta non era chiusa a chiave, chi può stabilire se dentro quella casa ci fosse una terza persona? Sarebbe potuta uscire semplicemente chiudendo la porta dietro di sè".

Nella constatazione di decesso, è l'avverbio "presumibilmente" (riferito alla morte da incendio) a destare dubbi nei Piredda. Senza autopsia, infatti, non si sa se Manuel sia morto prima o durante il rogo. Alle 6:45 del 17 aprile 2011, nel certificato di morte fu barrata la casella 'suicidio'. Roberta conclude: "Su quel corpo carbonizzato, dai tratti somatici certificati come 'irriconoscibili', perchè nessuna autopsia? Un uomo che brucia, anche se vuole uccidersi, si dimena per un naturale istinto di sopravvivenza. Manuel è rimasto in posizione fetale, come se le fiamme lo avessero colto quando non era più in grado di muovere un dito. Tutto questo è semplicemente impossibile".