Si era rifugiato sopra il camino della cucina, non per levare la fuliggine né per portare doni. Giuseppe Giorgi, 56 anni, detto "u' capra", boss indiscusso della 'ndrangheta, al vertice della cosca Romeo, alias "Staccu", aveva realizzato una tana impensabile per sfuggire alla cattura in caso di blitz.
"Bravi mi avete preso": con queste parole, ha accolto i carabinieri che stamattina l'hanno stanato proprio in casa sua a San Luca, paese in provincia di Reggio Calabria in mano alla cosca, dopo quasi sei ore di perquisizione. Ricercato dal 1994, era nell'elenco dei 5 superlatitanti più pericolosi d'Italia.
Deve scontare una condanna a 28 anni e 9 mesi per traffico internazionale di stupefacenti.
La perquisizione e l'arresto
Stamattina alle 8, i carabinieri del Reparto operativo di Reggio Calabria insieme a quelli dello Squadrone Cacciatori Calabria gli anno dato un inaspettato "buongiorno" nel piccolo bunker, quasi un loculo, ricavato sopra il camino di casa, costruito non per lunghe permanenze ma per fronteggiare una "emergenza".
Il boss non ha potuto far altro che complimentarsi con i militari che l'hanno abilmente scovato: da giorni sospettavano che si trovasse proprio nella sua abitazione e la notte scorsa, dopo esserne stati certi, hanno fatto il blitz. Operazione difficile: il paese è controllato dai clan e nel palazzo perquisito abita tutta la famiglia di Giorgi.
Dopo oltre 5 ore di perquisizione nell'edificio, i carabinieri hanno cominciato a controllare i muri in cerca del rifugio di Giorgi scovando tra l'altro anche 157 mila euro in banconote. Ed è stato allora che si è fatto "sentire".
La botola, saluti al boss tra baciamano e pianti
I militari hanno trovato un congegno per accedere al bunker, una botola nascosta sotto una pietra del pavimento della cucina. Ma il congegno si era inceppato e hanno dovuto lavorare ancora fino a sbloccarlo: a quel punto il boss senza opporre resistenza si è fatto ammanettare.
Appena uscito dal camino, Giorgi è andato a rassicurare le figlie di 26 e 24 anni che si sono lasciate andare a scene di disperazione. "Prima o poi doveva finire", ha detto loro.
Tra le lacrime delle figlie, gli applausi e i baciamano di parenti e conoscenti come solo ai boss "di rango", è stato portato via dai carabinieri.
Applausi in caserma
Di altro tenore, invece, gli applausi che hanno scandito l'arrivo del boss nel cortile della caserma del Comando provinciale di Reggio Calabria, scortato dai militari che hanno portato a termine l'operazione.
Ai militari e al comandante generale dell'Arma, Tullio Del Sette, sono arrivate le congratulazioni del ministro dell'Interno, Marco Minniti che ha elogiato il successo investigativo frutto dell' impegno di magistratura e forze dell'ordine sul fronte della criminalità organizzata.
Fine della latitanza
A far terminare la latitanza più che ventennale del boss, non è certo stata la collaborazione in loco: il muro di omertà non si abbatte, ma una complicata e delicata indagine fatta di intercettazioni, pedinamenti, osservazione dei familiari.
Nei suoi confronti c'era un ordine di carcerazione a seguito della condanna a 28 anni e 9 mesi per associazione finalizzata al traffico internazionale di sostanze stupefacenti.
Ma secondo alcuni pentiti, tra cui Francesco Fonti, il boss al vertice della cosca Romeo, sarebbe implicato nello smaltimento di rifiuti tossici e radioattivi trasportati da tre "navi dei veleni" fatte poi affondare nel Mediterraneo e nel traffico di niobio, sostanza utilizzata per costruire reattori nucleari.