È la notte tra il 16 e il 17 aprile 2011, quando un violento incendio divampa a Bacu Abis (Carbonia), nell'abitazione di Manuel Piredda, 28 anni, in cui si trova anche l'ex moglie Valentina Pitzalis, allora 27enne e unica sopravvissuta. La ragazza dichiara da subito di essere rimasta vittima di un tentato femminicidio, messo in atto dal ragazzo poi deceduto tra le fiamme. Dichiarazioni ritenute attendibili, cui segue l'archiviazione del caso per morte del reo. Archiviazione che però non è una sentenza di condanna: si tratta infatti di un decreto con il quale si dichiara estinto il reato in quanto il (presunto) responsabile è morto.

Di fatto, non potendo oggettivamente essere sottoposto a un interrogatorio di garanzia e assumere la figura giuridica di "imputato" (passando per gli eventuali tre gradi di giudizio e una sentenza in via definitiva), Manuel Piredda non è stato dichiarato colpevole in un regolare processo: lo affermano con forza i familiari, lo precisa la difesa.

La recente apertura di un nuovo fascicolo di indagine a sei anni dalla chiusura del caso, con contestazioni quali omicidio volontario e incendio doloso a carico della Pitzalis, potrebbe minare le certezze assunte dalla giustizia nel 2011, e mutare sensibilmente la dinamica dei fatti in favore di una nuova lettura di ruoli e responsabilità.

Il rogo di Bacu Abis

Ripercorriamo la tempistica di quella notte, esattamente dal momento in cui scatta l'allarme per quanto sta accadendo in quell'appartamento in viale della Libertà n. 83.

Valentina Pitzalis rompe il vetro di una finestra e grida, chiede aiuto: sollecita così la curiosità dei vicini che scendono per strada e alle 00.10 chiamano il 112.

La situazione è drammatica. Telefonata cui segue l'intervento di una pattuglia alle 00.20, appena dieci minuti dopo.

All'interno dell'abitazione, precisamente davanti alla porta d'ingresso, c'è Manuel Piredda, riverso sul pavimento in posizione simil fetale, morto e semicarbonizzato. Sulle sue mani, come si legge nel verbale dei militari, i resti di presunti guanti in gomma o lattice; dettaglio di notevole rilievo e indice di presunta premeditazione dell'azione omicidiaria che 6 anni dopo, in questa nuova fase della vicenda, la difesa della famiglia Piredda rigetta con forza in seguito a una analisi sulle immagini del fascicolo fotografico della scena del crimine che evidenzierebbero tutt'altra circostanza: si tratterebbe dell'effetto della sovraesposizione a un'elevata fonte di calore, quello che viene definito "fenomeno delle mani a guanto" e che, se confermato, potrebbe riscrivere buona parte della ricostruzione.

Che Piredda non indossasse guanti risulta essere una circostanza descritta dalla stessa Valentina Pitzalis, in sede di interrogatorio a sommarie informazioni il 27 maggio 2011.

All'arrivo delle forze dell'ordine in quella casa, lo ricordiamo, 10 minuti dopo la chiamata dei vicini al 112, la porta dell'abitazione non risulta chiusa dall'interno, il corpo del ragazzo ne ostruisce parzialmente l'apertura e la Pitzalis si trova sul pavimento tra la porta della camera da letto e l'andito. Nessuno dei due è in preda alle fiamme, ma Piredda è morto, il corpo semicarbonizzato.

Alle 00.45 Pitzalis si trova già all'ospedale Sirai di Carbonia. Poco dopo sarà trasferita al Centro grandi ustioni di Sassari, per un ricovero lungo mesi durante il quale, il 27 maggio 2011, si concluderà l'interrogatorio che cristallizzerà la versione della giovane come attendibile.

La constatazione di decesso del Piredda avviene alle 01.30 del 17 aprile 2011, e come si legge nel relativo documento la morte avviene "presumibilmente" a causa dell'incendio scaturito nell'abitazione.

Poche ore più tardi, alle 06.45, nel certificato di morte viene barrata la casella 'suicidio'. Nessuna autopsia viene disposta, e non risulta chiaro, al di là di ogni ragionevole dubbio, se il ragazzo sia morto prima o durante il rogo, e quali siano le modalità attraverso le quali è sopraggiunto il decesso. Resta quindi ancora da chiarire come e quando il fuoco sia intervenuto sul giovane. Circostanza su cui si interroga la difesa dei Piredda, e alla quale potrebbe arrivare una risposta proprio da un esame autoptico.

Caso archiviato per morte del reo

La testimonianza dell'unica superstite viene ritenuta attendibile, e indica Piredda come responsabile dell'aggressione ai danni di Pitzalis. Il fascicolo per tentato omicidio e incendio doloso aperto dalla Procura della Repubblica di Cagliari viene archiviato per morte del reo. L'istanza di archiviazione presentata al gip dal pm titolare delle indagini è motivata da un'attendibilità (riferita alle dichiarazioni della ragazza rese il 17 aprile 2011 in forma spontanea dal Sirai di Carbonia) ritenuta tanto più elevata tenuto conto del fatto che la testimonianza è stata resa nell'immediatezza dell'accaduto, poi riconfermata nell'interrogatorio a sommarie informazioni il 27 maggio 2011 (svolto in accoglimento all'istanza della stessa Pitzalis).

Nel luglio 2012 il caso viene archiviato per morte del reo, e sino al 2014, anno di pubblicazione del libro-testimonianza della Pitzalis, resta nel limbo delle cronache locali. I genitori di Manuel Piredda si oppongono a ricostruzioni e dichiarazioni della donna, inerenti la vita con il marito e il drammatico epilogo di quell'amore interrotto nel 2010 da una separazione di fatto, seppure mai formalizzata.

L'esposto del 14 ottobre 2016

I toni si inaspriscono in seguito a una ricostruzione televisiva del caso, nel giugno 2016, in cui, a detta della famiglia del ragazzo morto, sono presenti incongruenze che prenderebbero forma dalle stesse dichiarazioni rese dall'unica sopravvissuta. Si arriva al 14 ottobre 2016, quando la presentazione di un esposto dei genitori del giovane insiste sull'istanza di nuove indagini che vedano il figlio come persona offesa, contestualmente all'iscrizione di Valentina Pitzalis nel registro notizie di reato.

Il 7 novembre 2016 quell'esposto viene rigettato, perché ritenuto memoria difensiva e non richiesta di apertura di indagine. Il nome della ragazza viene iscritto nell'apposito registro a fine agosto 2017, in seguito a una nuova azione della difesa dei Piredda. Si trova ora indagata per omicidio volontario e incendio doloso che, occorre precisare, non è chiaramente sinonimo di colpevolezza. La palla passa nuovamente nelle mani della giustizia, la quale si esprimerà per una archiviazione della posizione della ragazza o per un eventuale rinvio a giudizio.

Valentina Pitzalis si è detta serena e pronta a mettersi a disposizione delle autorità competenti. Punta il dito contro quella che definisce "macchina del fango" sul suo conto, e in una recente intervista ha precisato di avere in mano tutte le prove utili a dimostrare di aver fornito da sempre l'unica versione reale dei fatti.

Il documento sulla residenza

E mentre già i prossimi giorni potrebbero essere portatori di nuovi sviluppi, al centro degli interrogativi sul caso è finito anche il documento che la ragazza sostiene le fosse stato chiesto da Manuel Piredda (forse come pretesto per attirarla in casa sua) proprio la sera della tragedia. Si tratterebbe di un documento inerente al cambio di residenza della ragazza da Carbonia a Bacu Abis, la cui esistenza, secondo quanto dichiarato dall'avvocato Gianfranco Sollai, legale di Roberta Mamusa e Giuseppe Piredda (genitori del ragazzo), non avrebbe trovato riscontro: il certificato storico di residenza della donna, dal 1997 a oggi, riporterebbe esclusivamente la residenza a Carbonia, e questi dati sono al vaglio della Procura.

Insulti impuniti nel web

Nel calderone di quanto, talvolta, accade a contorno dei più cruenti fatti di cronaca, finiscono spesso dinamiche parallele che si consumano nell'impunità del web. Vale per gli insulti avanzati da alcuni internauti alla Pitzalis come per quelli rivolti al Piredda, nessuno escluso. Ma ad appesantire le tensioni, il portato di sofferenza e scarsa empatia che di tanto in tanto tracimano in Rete, c'è anche un altro episodio degno di attenzione, non foss'altro che per la natura "pericolosa" in termini di esposizione alla fruizione da parte di minori e persone facilmente impressionabili.

Foto choc online

La condanna arrivata da più parti alla pubblicazione delle foto choc del cadavere della povera Yara Gambirasio, a quanto pare, nulla ha insegnato dal punto di vista del decoro e del rispetto per i morti e le rispettive famiglie.

Nelle scorse ore, tra i vari commenti sotto un post sul caso Pitzalis-Piredda in un profilo Facebook particolarmente seguito, un utente ha pubblicato la cruda immagine del corpo senza vita di Manuel Piredda. Il contesto in cui è avvenuta la pubblicazione espone un cospicuo bacino d'utenza alla potenziale visione dell'immagine, prima fra tutte la famiglia del defunto.

Nella misera spettacolarizzazione del dolore sono finiti, a più riprese e per fatti di cronaca diversi, seppur simili per il cruento tenore, vittime e rispettivi cari. È successo per la piccola Yara, il cui corpo esanime, martoriato e offeso da quell'atroce morte, è stato esposto alla visione di migliaia di persone attraverso la pubblicazione (e permanenza) in un blog, verosimilmente sottoposto al libero accesso da parte di genitori, fratelli, amici.

Succede anche per il 28enne deceduto in Sardegna in una drammatica notte di aprile del 2011.

E occorre, forse, sedersi a riflettere, arrivare a comprendere quando è il caso di andare avanti o fermarsi, poco più in là del proprio naso, tanto da annusare l'odore della sofferenza. Famiglie distrutte, indipendentemente dalla dinamica dei fatti, dalle responsabilità cristallizzate, semplicemente uomini e donne da rispettare nel loro dolore.

Yara Gambirasio, 13 anni, stesa sull'erba sterile della sua agonia a Chignolo d'Isola; Manuel Piredda, semicarbonizzato in quel piccolo appartamento a Bacu Abis. Due immagini che i genitori forse non avrebbero mai osato vedere, purtroppo finite nel tritacarne del "tutto fa notizia", perché spesso informare è anche usare (inconsapevolmente) "violenza" al di là di ogni ragionevole fine.

La foto di Piredda visibile su Facebook è stata estrapolata dal fascicolo fotografico della scena del crimine agli atti dell’inchiesta del 2011 recentemente pubblicato in un blog. Una circostanza che certifica il vanificarsi, di fatto, di qualunque accortezza tesa a limitarne la libera fruizione, compresa una password creata ad hoc. Il web ha fatto evidentemente il resto, per quell’effetto perverso del distorto utilizzo di dati e immagini (spesso anche sensibili) che diventano, giocoforza, patrimonio condiviso e condivisibile nelle mani (talvolta sprovvedute) di migliaia di sconosciuti (parimenti assoggettati ai più disparati scopi di utilizzo).

Come la famiglia di Yara in merito alle foto online della figlia morta, anche la famiglia Piredda ha fortemente condannato la diffusione di quegli scatti: i genitori, come dichiarato spesso dagli stessi, non lo avrebbero visto neppure prima della sepoltura (il dissequestro della salma fu disposto 4 ore prima delle esequie e con il feretro sigillato) e non hanno mai voluto visionare le foto del cadavere. Un dettaglio che rende ancora più grave l’esposizione mediatica di quanto riversato in Rete e che coinvolge un non quantificabile pubblico nella macabra spettacolarizzazione della morte.

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