Curioso come ogni gesto politico di Donald Trump finisca per 'attualizzare' termini che erano caduti in disuso da qualche decennio. Con lui alla presidenza, gli Stati Uniti d'America hanno ripreso a parlare di 'muri', quello al confine con il Messico è stato un cavallo di battaglia della lunga campagna elettorale del miliardario oggi leader della Casa Bianca e continua ad essere all'ordine del giorno del suo programma. Nel caso della crisi coreana e della lunga contrapposizione con il dittatore di Pyongyang, Kim Jong-un, il mondo sta vivendo lo spettro di un'ipotetica guerra nucleare, alimentata dalla visione di tanti catastrofisti.

Sempre in tema di nucleare, Trump ha mandato al macero - almeno da parte americana - l'accordo con l'Iran, senza alcuna concreta motivazione, 'rottamando' uno dei pochi successi del suo predecessore, Barack Obama, in politica estera.

Palestina, il nuovo approccio: un capolavoro di superficialità politica

In Palestina si sta assistendo in questi giorni ad un autentico 'capolavoro di superficialità politica' e nel suo sbandierato "nuovo approccio" all'eterna questione arabo-israeliana, TheDonald riesce nell'impresa di risvegliare l'Intifada. Tutto questo a causa della volontà di riconoscere Gerusalemme nella sua integrità come capitale dello Stato di Israele. Pertanto Trump ha deciso, in maniera assolutamente unilaterale, ciò che è in contenzioso da anni con momenti di sanguinosa tensione che, stando alle ultime notizie, rischiano di ridestarsi in tutta la loro virulenza.

L'atto del presidente americano è uno schiaffo a tutto il mondo musulmano e le conseguenze si sono fatte immediatamente sentire: migliaia di palestinesi sono scesi in piazza e sono venuti a contatto con i militari israeliani. Gli scontri più violenti a Betlemme, Ramallah ed Hebron, i feriti sono centinaia. Come se non bastasse, due razzi sono stati lanciati dal nord di Gaza verso Israele, secondo fonti militari di Tel Aviv sarebber comunque caduti all'interno dei territori palestinesi. In ultimo si sono risvegliati anche i jihadisti: numerosi in rete i proclami dei sostenitori di Isis ed Al Qaeda che incitano a colpire Israele e gli Stati Uniti. "Vi taglieremo la testa e libereremo Gerusalemme".

Equilibri delicati che rischiano di saltare

L'effetto domino delle dichiarazioni di Trump era più che prevedibile, l'ultimo mattoncino a cadere riguarda Hamas, l'organizzazione paramilitare che ancora oggi occupa la maggioranza dei seggi del Consiglio Legislativo Palestinese e che soltanto quest'anno ha accettato la delimitazione dello Stato di Palestina entro i confini del 1967, pur continuando a non riconoscere l'esistenza dello Stato di Israele. Quella innescata da Trump è una pericolosa reazione a catena e le parole di Ismail Haniya, leader di Hamas, sono state durissime. Il numero uno dell'organizzazione ha definito l'iniziativa della Casa Bianca "una dichiarazione di guerra contro i palestinesi" ed ha chiesto a gran voce una "nuova Intifada", la rivolta della popolazione palestinese contro gli occupanti israeliani.

Haniya non usa messi termini, quando afferma che "le dichiarazioni di Trump hanno ucciso il processo di pace e gli accordi di Oslo del 1993. Lavoreremo per una nuova Intifada contro il nemico sionista". Ovviamente più moderata la posizione del presidente palestinese Abu Mazen che ha comunque rimarcato come "Gerusalemme sia la capitale eterna dello Stato di Palestina" e che "Trump ha offerto ad Israele un premio immeritato che infrange tutti gli accordi".

La soddisfazione di Netanyahu

Trump in realtà ha ufficializzato la risoluzione adottata dal Congresso degli Stati Uniti nel 1990 che ben tre presidenti, George W. Bush, Bill Clinton e Barack Obama, avevano definito meramente "consultiva". Secondo l'attuale capo dell'amministrazione nazionale "è ovvio che Gerusalemme è la capitale d'Israele e non è niente di più che un riconoscimento della realtà.

Ad ogni modo - ha aggiunto - gli Stati Uniti continuano a sostenere la soluzione dei due Stati". Parole accolte con grande soddisfazione da Benjamin Netanyahu e definite dal premier israeliano come "una decisione storica oltre che un passo importante verso la pace, perché non può esserci pace che non includa Gerusalemme come capitae di Israele". Il primo ministro ha sottolineato che i luoghi santi saranno tutelati. "Assicureremo sempre libertà di culto ad ebrei, musulmani e cristiani".

Critiche da Lega Araba ed Unione Europea

Il presidente degli Stati Uniti è andato avanti per la sua strada, ignorando gli avvertimenti di Lega Araba ed Unione Europea. Secondo Ahmed Aboul Gheit, segretario generale della Lega Araba, sarebbe stato saggio "evitare iniziative indirizzate a mutare lo status di Gerusalemme, perché la stabilità dell'intera regione è a rischio".

Identico monito da parte di Federica Mogherini, capo della diplomazia dell'UE. "Avevamo avvertito gli Stati Uniti di non prendere decisioni unilaterali sullo status di Gerusalemme, ora ci saranno pesanti ripercussioni sull'opinione pubblica in vaste aree del mondo". Dello stesso avviso il presidente francese, Emmanuel Macron, secondo il quale la questione di Gerusalemme "va risolta nell'ambito dei negoziati di pace tra israeliani e palestinesi". Anche il sovrano saudita Salman, tra i più fedeli alleati statunitensi in Medio Oriente, ha definito la decisione di Trump "avventata, perché una mossa di questo tipo prima del raggiungimento di un'intesa, minerebbe il negoziato di pace determinando un'escalation in tutta la regione".

Gerusalemme, eterna contesa

La questione relativa a Gerusalemme è stata aspramente contesa a partire dai colloqui di pace israelo-egiziani del 1978. Quando l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina proclamò l'indipendenza, dieci anni dopo, Gerusalemme venne dichiara capitale del nuovo stato. Sia in occasione degli accordi di Oslo del 1993 che del summit di Camp David del 2000 non c'è mai stato una vera intesa sul destino della storica città, simbolo di identità nazionale e religiosa per entrambi i popoli. Si è sempre preferito rimandare la questione a tempi migliori che, di fatto, non sono mai arrivati. Nel 2000 però l'Autorità Nazionale Palestinese promulgò una legge che designava capitale Gerusalemme Est, in quanto 'territorio occupato', che venne ratificata dal presidente Yasser Arafat due anni dopo. Pertanto, in accordo con la risoluzione 242 dell'ONU del 1967, sarebbe stata parte integrante dello Stato di Palestina dopo la sua creazione.