Continuano i casi legati alla malasanità e questa volta è stata aperta l'inchiesta su quanto accaduto il 19 Settembre 2017 in sala operatoria alla piccola zaray coratella, la bambina di 12 anni operata all'Ospedale Giovanni XXIII di Bari. Secondo quanto riportato in seguito al decesso, sembrerebbe che la specializzanda presente al momento dell'intervento avesse intuito il problema medico che si era andato a creare, ma fu zittita e allontanata dal tavolo operatorio. Ci si domanda dunque se la bambina avesse potuto salvarsi, nel caso in cui i chirurghi avessero dato conto all'intuizione della specializzanda lì presente.
Muore Zaray Coratella in sala operatoria
Si torna a parlare della vicenda accaduta a Zaray Coratella, bambina di 12 anni ricoverata lo scorso 15 Settembre all'Ospedale Giovanni XXIII di Bari a causa di una frattura scomposta al femore. Dopo essere stata trasferita dal Policlinico all'istituto medico specializzato per i bambini, è stata sottoposta ad un intervento di circa un'ora che, secondo quanto riportato dai medici, era andato a buon fine. In realtà, alle ore 15.30 del 19 Settembre, il cuore di Zaray ha smesso di battere. Il padre adottivo, Massimo Coratella, ha chiesto subito maggiori informazioni all'equipe medica, scoprendo così che la causa del decesso è stata l'ipertermia maligna. Si tratta di una malattia piuttosto rara, legata alla genetica, e che è stata manifestata in seguito all'assunzione di gas anastetici.
Molto probabilmente il passato della piccola, nata in Colombia e adottata all'età di sei anni, ha influito molto su quanto accaduto, dato che era priva di una storia medica che poteva segnalare tale rischio. C'è però da dire che quel giorno la specializzanda Elisiana Lovero, anche lei della provincia di Bari, aveva capito cosa stava accadendo e adesso ci si chiede come mai non le è stato dato conto al momento.
Il racconto della Lovero sull'operazione di Zaray
A distanza di circa quattro mesi dall'accaduto, è stata nuovamente riaperta l'indagine su quanto successo a Zaray Coratella, grazie ai numerosi appelli del padre Massimo. A dare maggiori informazioni sull'operazione al femore è stata proprio Elisiana Lovero.
Al quinto anno della scuola di specializzazione di anestesia, la 33enne della provincia di Bari era presente all'interno della sala operatoria e ha visto con i suoi occhi tutte le fasi che hanno portato alla morte la bambina di 12 anni. E' stata lei la prima ad avanzare l'ipotesi che si potesse trattare di ipertermia maligna e, toccando la fronte della piccola, si è accorta che era piuttosto calda. Così ha chiesto un termometro e il dantrolene, il farmaco che deve essere necessariamente presente in sala operatoria proprio perché è un salvavita in fenomenologie come questa: la risposta è stata che il medicinale non era disponibile e, andando a controllare personalmente, si è accorta che le scorte presenti in ospedale erano scadute e non sono state rimpiazzate.
Per quel che riguarda il termometro, invece, le è stato dato, ma non era funzionante. Tornata in sala operatoria, l'anestetista responsabile l'ha guidata nell'eseguire alcune operazioni affinché i valori potessero tornare nello standard, ma nulla ha fatto migliorare la situazione. Elisiana Lovero ha insistito nell'ipotizzare un caso di ipertermia maligna, ma nessuno le ha dato ascolto ed è stata addirittura invitata ad allontanarsi dal tavolo e ad uscire. I medici, al contrario, pensavano che si trattasse di un'embolia polmonare, ma solo dopo aver trasferito Zaray in terapia intensiva, hanno capito che la specializzanda aveva ragione. Attualmente si sta indagando a riguardo, soprattutto sul perché il dantrolene, un farmaco così importante, non era somministrabile, dato che era scaduto in data giugno 2017.
Secondo altre dichiarazioni, il medicinale sarebbe stato invece somministrato lungo il tragitto dalla sala operatoria alla terapia intensiva ma gli inquirenti hanno tre piste da seguire: o è stata raccontata una falsità; o è stata una somministrazione errata, in quanto le confezioni erano tutte scadute; oppure i medici hanno ricevuto il farmaco da un altro reparto dell'Ospedale Giovanni XXIII.