Potrebbe essere l'evento politico internazionale del 2018 e non è eccessivo affermare che possa scrivere una nuova pagina di Storia. Nessun leader nordcoreano ha mai incontrato personalmente un presidente americano in carica, anche se il campo è piuttosto ristretto in tal senso. La Corea del Nord nella sua storia ha avuto soltanto tre capi di Stato, parenti in linea diretta, ma Kim Jong-un nei prossimi mesi potrebbe fare qualcosa che il nonno ed il padre non avevano mai realizzato, un confronto faccia a faccia con l'epocale nemico statunitense.

Non c'è alcuna data, a parte un approssimativo 'entro la fine di maggio 2018' e non c'è ancora alcuna certezza, ma siamo convinti che alla fine il bilaterale Washington-Pyongyang si farà. Per entrambi i protagonisti di questa lunga contesa, il citato Kim ed il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si tratta di oro colato.

Trump: 'Credo nell'impegno di Kim'

In meno di 48 ore dalla lettera che il giovane dittatore asiatico ha fatto pervenire alla Casa Bianca, nella quale ha espressamente citato la volontà di incontrare il presidente degli Stati Uniti, abbiamo letto dichiarazioni discordanti da parte del numero uno di Washington.

Il tweet, il primo della serie, è un po' la reazione istintiva di Trump che non può tirarsi indietro da quello che, a tutti gli effetti, sembra un atto di buona volontà. In un secondo momento la portavoce della Casa Bianca, Sarah Sanders, è stata molto più dura nei confronti del piccolo Stato comunista. “Nessun dialogo se la Corea del Nord non passa dalle parole ai fatti”, e per fatti si intende la prova concreta che Kim voglia davvero denuclearizzare il suo arsenale militare.

Onestamente questa seconda dichiarazione aveva raffreddato gli entusiasmi iniziali, difficile infatti che Pyongyang accolga un'imposizione di questo genere, senza quantomeno averla concordata. C'è però un terzo tempo che, a tutti gli effetti, riapre la porta. Secondo Trump, infatti, il leader nordcoreano sarebbe sincero. “Io credo nell'impegno di Kim, la Corea del Nord non conduce test missilistici dallo scorso 28 novembre ed hanno promesso di non farne durante i nostri incontri”.

Il presidente americano non è mai stato un esempio di coerenza nelle sue dichiarazioni che spesso si contraddicono, soprattutto quando è lui a formularle via twitter rispetto a quando sono affidate ai suoi canali ufficiali. C'è una guerra in atto tra i due leader, inutile negarlo ma, fortunatamente, è piuttosto fredda. Si sta giocando la partita più importante da quando ha preso il via questa contrapposizione ed a Washington sono consapevoli che rifiutare la mano tesa non è saggio, ma accettare senza porre alcuna condizione pone la controparte in una situazione di vantaggio.

Cosa ci guadagna Trump?

Inutile sottolineare che per Trump non è un grande momento. Gli echi del Russiagate ed alcune discutibili decisioni sia in politica interna che estera, ultima della serie quella di imporre dazi commerciali su acciaio ed alluminio (che ha causato le dimissioni di Gary Cohn, tra i più influenti consiglieri economici dello staff di Trump, ndr) lo hanno messo duramente alla prova.

In più lo scandalo legato alla pornodiva Stormy Daniels non è un toccasana: TheDonald in parole povere ha bisogno di un 'colpo grosso' per spostare altrove le attenzioni di una stampa e di un'opinione pubblica sempre meno benevole nei suoi confronti. Incontrare personalmente il leader di uno degli 'Stati canaglia' per eccellenza, il nuovo 'nemico pubblico numero uno', è qualcosa che nessuno dei predecessori di Trump ha mai fatto.

Se pertanto il presidente americano riesce a raggiungere una vera intesa con la Corea del Nord ed a strappare l'impegno dello stop al programma nucleare della stessa, tutto il resto sarebbe invero di poco conto.

Cosa ci guadagna Kim?

Su Kim Jong-un il discorso è diverso in partenza. Il leader supremo della Corea del Nord non ha certamente pressioni in patria, dove ogni sua decisione è legge. Per quanto riguarda la visione che il resto del mondo ha della sua figura, questa sta decisamente cambiando.

Kim non è un pazzo, né tanto meno uno stupido: con la sua spericolata strategia ha dato una notevole dimostrazione di abilità politica, facendo accendere i riflettori del mondo su quello che veniva considerato lo Stato eremita. Quando già la stampa catastrofista descriveva (senza averne alcun fondamento reale, tra l'altro) tempi e modi di quello che sarebbe stato l'attacco americano alla Corea del Nord, ecco la clamorosa apertura di Capodanno che ha portato alla partecipazione della delegazione di Pyongyang alle Olimpiadi invernali ed al processo di disgelo con la Corea del Sud, tutt'ora in atto.

Ma per chi segue con attenzione le vicende legate al regime nordcoreano, la spedizione olimpica ed i passi successivi non sono stati affatto una sorpresa. Cosa ci guadagna pertanto Kim Jong-un dall'incontro con Trump, a parte la possibilità di allentare le pesanti sanzioni economiche che gravano sul suo Paese? Probabile che Pyongyang, a fronte dell'impegno di mettere il punto al suo programma bellico e nucleare, chieda a Washington di diminuire sensibilmente la presenza militare nella penisola coreana.

Una richiesta che, se accolta, sarebbe facilmente spacciata come una grande vittoria dinanzi al suo popolo. La soluzione del 'doppio congelamento' prospettata mesi addietro da Cina e Russia, alla fine, potrebbe essere quella giusta per risolvere la lunga crisi e non è da escludere che, dietro la nuova linea adottata dal leader supremo di Pyongyang, ci sia l'espressa richiesta del governo cinese che continuerebbe a garantire assistenza economica nei confronti dello storico alleato dissipando tutto il polverone che si è alzato negli ultimi mesi e che ha fatto temere lo scoppio di un disastroso conflitto.

Tra clamore mediatico e diplomazia 'sotterranea'

Alla fine la crisi coreana sta mettendo in luce un aspetto che, ad essere del tutto sinceri, alcuni analisti ed esperti di politica internazionale avevano accennato da tempo. Al di là di offese personali, minacce, bottoni nucleari grossi e funzionanti, c'è un'altra verità su tutta la questione. Buona parte della stampa ha preferito dare spazio al 'duello': lo sceriffo Trump contro il cattivo Kim è un tema che fa vendere i giornali e riempie di clic le pagine di Internet.

La diplomazia, però, è al lavoro da tempo e ci sono canali di comunicazione non ufficiali aperti tra i due Paesi. La notizia di un possibile tavolo tra Washington e Pyongyang era trapelata già lo scorso gennaio e la possibilità di dare atto alla soluzione politica è stata indirettamente confermata dal vice presidente americano, Mike Pence, durante la sua permanenza in Corea del Sud nei primi giorni dei Giochi Olimpici. In quest'ultima circostanza, Kim aveva sfoderato la sua arma diplomatica più forte, tradotta nel sorriso rassicurante e nei modi gentili, ma decisi, della graziosa sorella Kim Yo-jong.

Non è da escludere che la donna più influente del regime possa tornare utile per cucire i vistosi strappi con Washington, nello stesso modo con il quale ha rattoppato quelli con i 'cugini' sudcoreani. Stiamo parlando di due Paesi che si sono combattuti negli anni '50 e tra i quali vige un armistizio, ma non è mai stato sottoscritto un trattato di pace. Tutto questo per dire che l'incontro tra Kim e Trump non nasce dall'oggi al domani, ma è il frutto di un'opera diplomatica sottotraccia, in pieno stile da Guerra Fredda: sottile, articolata e, soprattutto, lontana dai clamori mediatici.

Il chiasso della stampa, alla fine, sarebbe stato dannoso per tutti. Ma ci sarà davvero questo atteso bilaterale? Conviene ad entrambi e, in seconda ma non meno importante battuta, consente ad ambedue di saziare il rispettivo ed infinito egocentrismo. Non abbiamo dubbi che Kim Jong-un e Donald Trump sappiano veicolare un eventuale accordo in modo da farlo apparire come un clamoroso successo: in questo sono parecchio simili.

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