Un attacco alla Siria da parte delle forze combinate di Stati Uniti, Regno Unito e Francia sarebbe assolutamente pretestuoso e pericoloso. Potrebbe scatenare la reazione della Russia, ormai sul punto di chiudere una guerra che dura dal 2011 e di raggiungere una vittoria politica davvero schiacciante nei confronti di USA ed alleati. L'appello generale è dunque al buon senso dei leader occidentali: se davvero attaccano la Siria, violandone di fatto la sovranità, e Mosca risponde con le armi, l'incubo di una Terza Guerra Mondiale esce dai binari del catastrofismo puro e rischia seriamente di essere consegnato alla Storia.

Le truppe siriane riconquistano la Ghouta Orientale

Intanto dalla Siria giungono notizie positive se viste sul fronte russo. L'esercito regolare siriano ha riconquistato la città di Douma strappandola di fatto alle milizie jihadiste di Jaysh al-Islam: ora l'intera Ghouta Orientale è sotto il controllo del governo di Bashar al-Assad al termine di un assedio che si è protratto per oltre cinque anni, il più lungo della storia contemporanea.

La notizia è stata confermata con grande soddisfazione da Yuri Yevtuschenko, a capo del centro russo per la riconciliazione delle parti in guerra. "Per la Siria questo è un momento storico", ha detto.

Regno Unito pronto all'attacco? Trump frena

Secondo quando reso noto dal Daily Telegraph, la premier britannica Theresa May avrebbe ordinato alle unità navali sottomarine del Regno Unito di raggiungere la posizione che consenta ai missili Tomahawk di colpire la Siria.

L'allarme rosso è stato lanciato in considerazione della presa di posizione del Cremlino, secondo la quale i missili eventualmente diretti in Siria saranno abbattuti ed allo stesso modo saranno colpiti i punti di partenza dei vettori. Il nuovo tweet di Donald Trump, però, smentisce parzialmente quanto affermato ieri, quando il presidente americano aveva invitato in maniera provocatoria i russi ad abbattere i missili che presto sarebbero arrivati in Siria. "Non ho detto quando attaccheremo la Siria, forse presto oppure non così presto".

USA: corsa agli armamenti

Sul fronte statunitense, le parole del segretario di Stato Mike Pompeo riaprono ufficialmente la Guerra Fredda, anche se la contrapposizione che caratterizzò il mondo nella seconda metà del XX secolo è già in atto da qualche anno. Pompeo elenca tutte le iniziative che Washington sta mettendo in atto contro il rinnovato 'pericolo russo'. "Stiamo rinforzando l'esercito e abbiamo fatto grossi investimenti per nuovi armamenti nucleari da usare come deterrente. Abbiamo sottoposto Mosca a durissime sanzioni ed espulso i loro diplomatici in numero maggiore di quanto sia avvenuto in epoca di Guerra Fredda. Addestriamo ed armiamo uomini e donne in Ucraina e Georgia, per resistere alla minaccia russa. La mia intenzione è quella di allungare questa lista e proseguire su questa strada. Ma questa non è la guerra - rassicura Pompeo - perché c'è una grande differenza tra la guerra e la presenza militare".

Pretesti e motivazioni

Tutto questo per 'punire' il presunto attacco chimico a Douma da parte dell'esercito siriano, ennesima accusa nei confronti del presidente Bashar al-Assad sulla quale, ancora una volta, non vengono fornite prove? In realtà tutto ciò avviene dopo la decisione, da parte di Washington, di ritirare le proprie forze armate dalla Siria, un processo che è stato ovviamente 'congelato' fino a nuovo ordine.

Ciò che è avvenuto in Siria, in fin dei conti, è qualcosa a cui gli Stati Uniti non erano abituati dai tempi del Vietnam: una durissima sconfitta politica (in Vietnam fu anche militare). Lo scorso anno la reazione al presunto attacco chimico di Khan Sheikhun non ha sortito alcun effetto: una sessantina di missili Tomahawk lanciati su una base siriana allo scopo di fare clamore mediatico più che danni. Fu il modo in cui Washington tentò disperatamente di accedere al tavolo politico sulla Siria che ha avuto e continua ad avere tre attori principali: Russia, Turchia ed Iran. Ora ci sarebbe un nuovo crimine da punire, in realtà sembra proprio il tentativo di legittimare la pretestuosa presenza militare in Siria: se viene scatenato un nuovo conflitto sarebbe un atto di pirateria del tutto simile a quello che diede inizio alla seconda guerra in Iraq o alla guerra in Libia. Ma in questo caso Assad è molto più fortunato nelle alleanze di quanto lo siano stati Saddam o Gheddafi. Washington lo sa bene, ma poco cambia: il vero obiettivo da colpire si chiama Vladimir Putin. Ci auguriamo pertanto che si sia giocando un'ardimentosa 'partita a scacchi' nel tentativo di tastare il polso al presidente russo, perchè la posta in gioco oggi è altissima.

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