Un fumatore, molto probabilmente, è pienamente consapevole del rischio al quale va incontro a causa del suo vizio. Talvolta, però, non ci si rende conto delle reali conseguenze di certi gesti, fino a quando la vita non decide inesorabilmente di "presentarti il conto", spesso salatissimo. In certi casi, però, un'eccessiva superficialità può avere ripercussioni anche su altre persone.

La vicenda

Il protagonista della vicenda fumava due pacchetti di sigarette al giorno. Il tempo verbale è volutamente al passato poiché, purtroppo per lui, il signore ha perso la vita, in seguito ad un bruttissimo e violentissimo cancro ai polmoni.

Il fumatore, durante la malattia (e quindi a danno già compiuto) aveva cercato in tutti i modi di metter fine al suo vizio, trovandosi più volte nella stessa situazione del protagonista dello straordinario libro "La coscienza di Zeno", il quale prometteva ripetutamente di fumare l'ultima sigaretta della sua vita. Non riuscendo ad interrompere il suo rapporto amoroso con la nicotina, il vizioso ha così deciso di denunciare la multinazionale del tabacco e i Monopoli dello Stato, accusando loro di aver inserito nelle sigarette alcune sostanze in grado di creare assuefazione tanto quanto una droga. L'inizio della vicenda giudiziaria risale all'ormai lontano 2002, nonostante il tumore del signore venne ufficialmente diagnosticato due anni prima.

La conclusione della questione, però, si è protratta oltre la data del decesso del malato.

Una causa persa

La Corte d'Appello di Roma, ricevuta la denuncia, si è ovviamente dimostrata contraria alle accuse del signore, mettendo in luce che, la dannosità del tabacco, rappresenta ormai un vero e proprio dato di fatto, mai nascosto nemmeno dalle multinazionali che realizzano il prodotto. Questa ha inoltre aggiunto che, nelle sigarette, non ci sarebbe alcuna sostanza in grado di "alterare la coscienza" umana o che crei una sorta di impossibilità di metter fine al vizio. Insomma, una sigaretta non sarebbe minimamente paragonabile ad una qualsiasi droga. Il successivo ricorso in Cassazione è stato ulteriormente respinto.

E loro pagano

"E io pago". Così avrebbe detto il grandissimo Antonio De Curtis (in arte Totò) se si fosse trovato di fronte a ciò che è accaduto in seguito al decesso del signore. Come già detto, infatti, la Cassazione ha dato torto alla tesi del tabagista, costringendolo a pagare le spese legali, che ammontano a circa ventimila euro. Con la morte del fumatore, però, il debito è stato immediatamente riversato sul conto dei suoi parenti più stretti e, nello specifico, in quello della vedova e dei figli, che non solo hanno perso rispettivamente il proprio marito e il proprio padre, ma ora rischiano seriamente di veder prosciugati in un attimo tutti i loro risparmi. Il fumo, un vizio che può costare carissimo.