Il dipendente che, utilizzando una chat [VIDEO]o una mailing list, parla male del capo o, addirittura, lo insulta, non potrà essere licenziato. A stabilirlo è una sentenza della Corte di Cassazione che ha dato ragione ad una guardia giurata di Taranto, Gianpiero A., colpevole di aver rivolto, sulla pagina Facebook del suo sindacato, epiteti decisamente poco carini al suo capo. L'uomo è stato reintegrato ma la sentenza, che di fatto considera i messaggi inviati ad un gruppo chiuso alla stregua della corrispondenza privata, sta già facendo discutere.

Gli insulti su Facebook e l'iter giudiziario

Nel settembre 2014, Gianpiero A., dipendente di un importante istituto di vigilanza privata - la Cosmopol di Taranto - si è lasciato andare, sui social, ad affermazioni pesanti ed offensive nei confronti dell'amministratore delegato della società.

In una conversazione postata sulla pagina Facebook del sindacato di base, Flaica Uniti Cub, la guardia giurata aveva definito - senza troppi giri parole - "faccia di m..." e "co..." il suo superiore. Inoltre, aveva bollato come "schiavisti" i metodi usati dalla società di security e criticato l'esortazione rivolta proprio dall'ad a una dipendente affinché s'iscrivesse ad un altro sindacato (in quanto il top manager era sicuro che Flaica "voleva la morte dell'azienda").

Lo sfogo social era costato a Gianpiero il suo posto di lavoro. Il suo licenziamento era stato confermato, in primo grado, anche dal Tribunale di Taranto. Due anni più tardi, però, nel 2016, la Corte d'Appello di Lecce aveva ribaltato la prima sentenza dichiarando illegittimo il licenziamento. I giudici, inoltre, avevano anche ordinato alla Cosmopol di reintegrare il lavoratore, obbligandola a versare dodici mensilità e relativi contributi.

L'istituto di vigilanza, però, non aveva accertato il verdetto e aveva presentato ricorso in Cassazione.

La sentenza della Corte di Cassazione

Oggi, a distanza di 4 anni, la Corte di Cassazione ha chiuso la vicenda con una sentenza che, sicuramente, farà scuola. La Suprema Corte ha dato ragione alla guardia giurata, spiegando che la segretezza e l'inviolabilità delle comunicazioni va tutelata anche nel caso in cui riguardi messaggi scambiati tra membri appartenenti ad un determinato gruppo chiuso [VIDEO] o in una chat privata. Per questi motivi, gli 'Ermellini' hanno escluso l'intento denigratorio del dipendente che ha utilizzato "un ambiente ad accesso limitato" per il suo sfogo. Quindi, qualora un datore di lavoro ottenga la copia di una "schermata" di insulti a lui diretti, non potrà utilizzare il suo contenuto contro il lavoratore.