“Per me era come un fratello, Albertino era un mio amico, non volevo ucciderlo”. Il diciottenne Lukas Saba è un fiume in piena. Ha pianto tutta la notte nella caserma dei Carabinieri di Alghero, dove ha confessato di aver premuto per sbaglio il grilletto della pistola calibro 22, che ha tolto la vita al suo migliore amico, il coetaneo Alberto Melone. Il proiettile partito dall’arma da fuoco l’ha ucciso in pochissimi secondi, recidendogli la giugulare e trapassandogli il collo.

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Una pistola regolarmente detenuta da un parente del giovane arrestato, che però non si riesce a spiegare come sia finita nelle mani di Lukas. Anche perché il giovane, quando i Carabinieri sono arrivati in Piazza Teatro, luogo in cui è avvenuto il delitto, non è riuscito a nascondere l’arma. Ma l’ha tenuta addosso per tutto il tempo, inizialmente negando di essere stato lui a sparare. Anzi il giovane avrebbe inizialmente raccontato che a far partire il colpo sarebbe stata una persona che, improvvisamente, si sarebbe presentata a casa sua.

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La stessa persona che avrebbe puntato l’arma contro “Albertino”, che avrebbe sparato e che poi si sarebbe data alla fuga. Una versione che già dall’inizio aveva fatto storcere il naso agli investigatori dell’Arma.

Una pistola 'pulita'

Quando i Carabinieri del reparto investigativo provinciale di Sassari, guidati dal maggiore Antonio Pinna, hanno perquisito Lukas Saba all’interno della caserma di Alghero, prima di portarlo nel carcere di Bancali, hanno chiuso il cerchio.

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Cronaca Nera

Il diciottenne aveva infatti ancora con se l’arma del delitto. Anche se fino a qualche istante prima, interrogato dal sostituto procuratore della Repubblica, Mario Leo, aveva giurato di non sapere che fine avesse fatto. Il giovane ha infatti raccontato che dopo essere partito il colpo, accidentalmente, Albertino ha iniziato immediatamente a perdere sangue. Allora lui avrebbe appoggiato la pistola sul tavolo e, parole dette agli inquirenti: “Ho provato ad aiutare Albertino ma poi la pistola io non l’ho più vista”.

Un particolare che ha messo in allerta gli investigatori dell’Arma che ora dovranno anche capire perché una pistola calibro 22, detenuta legalmente non da chi l’ha utilizzata, sia finita nelle mani di un 18enne. Un mistero, almeno per ora, che sarà risolto con le indagini nelle prossime ore. Anche perché non è normale che quattro amici che si incontrano in una casa per bere qualcosa e poi uscire, siano accompagnati da un’arma da fuoco.

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Amici inseparabili

Lukas e Albertino erano sempre insieme. Lukas aveva un fortissimo ascendente sull’amico. Albertino infatti era un ragazzo essenzialmente buono, Lukas invece era un po’ più irrequieto ma anche lui alla fin fine era un bravo ragazzo. Avevano avuto tutti e due problemi con la giustizia. Una vicenda giudiziaria ancora aperta, c’è un processo in corso, legata ad un raid (finito malissimo) effettuato all’interno di un camper.

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Anche la scorsa sera i due erano usciti insieme, in compagnia di altri due loro amici che erano presenti nell’appartamento di Piazza Teatro, dove è accaduto il delitto. Erano passati anche al bar “Da Trico”, gestito dai genitori di Albertino e li avevano preso anche due birre da asporto. Che avevano consumato nell’appartamento di Lukas dove infatti sono stati trovati quattro bicchieri. Il diciottenne ora è accusato di omicidio volontario e continua a difendersi assicurando che quel maledetto sparo è partito accidentalmente mentre maneggiava la pistola. La voleva far vedere ai suoi amici, appena diciottenni.

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