I politici italiani hanno sempre una mascherina a disposizione durante le interviste in televisione. Ma i medici hanno poche protezioni: fino ad oggi già 61 dottori deceduti per Coronavirus. Eppure le mascherine, per i medici, sono la protezione di base, il primo scudo di difesa. E’ un paradosso, anche perchè con medici debilitati non sarà facile sconfiggere il Covid-19. Abbiamo cercato di capire cosa sta succedendo.

Le prime forniture di mascherine ad alta protezione arriveranno - se tutto andrà bene - nei prossimi giorni. A due mesi dalla dichiarazione di emergenza nazionale. “È una situazione drammatica - denunciano i medici -. Non abbiamo mascherine, non abbiamo protezioni. Così ci ammaliamo e facciamo ammalare gli altri. Ci hanno lasciati soli”.

L’Italia ancora alla ricerca di mascherine contro il Coronavirus. Senza grande successo.

L’emergenza nazionale per il Covid-19 è stata dichiarata sessanta giorni fa, il primo febbraio scorso, ma l’Italia va ancora elemosinando lo strumento salva-vita che, in Cina, è stato uno dei pilastri nella lotta contro il Coronavirus: le mascherine protettive. Prodotto introvabile, ormai oggetto del desiderio in tutti gli ospedali italiani, negli ambulatori dei medici di base sul territorio e, neanche a dirlo, nelle farmacie e nei supermercati.

Perché, va ricordato, le mascherine sarebbero estremamente utili per tutti i cittadini, non solo per i medici negli ospedali e sul territorio. Finora sarebbero state distribuite solo un quinto delle mascherine necessarie, trasformando i medici da baluardo della difesa a potenziali super-diffusori del virus.

E infatti i primi a soffrire sono i medici di ogni ordine e grado. Sanno che, in questa fase, molti di loro potrebbero essere dei superdiffusori del Coronavirus. “I superdiffusori del Covid-19, soprattutto nella prima fase del contagio, potremmo essere stati noi a causa della scarsità dei dispositivi di protezione individuale e della mancata informazione presso i cittadini, cui è stato detto troppo tardi di non recarsi in ambulatorio senza prima concordarlo con i medici: potrebbe essere stato sufficiente che un contagiato o un asintomatico si sia recato nello studio medico per infettare altre persone e l’ambiente”.

A raccontare questa possibilità, ormai condivisa da molti, è Domenico Picone, medico geriatra e di continuità assistenziale dell’Ats Milano (l'ex Asl), uno di quelli che la pandemia la affronta ogni giorno. “Ed è proprio quello che potrebbe essere successo all’inizio a Bergamo e in gran parte della Lombardia”, sottolinea.

Il fallimento (almeno fino ad oggi) dell’azione di Governo e Protezione civile.

I fatti mostrano come Governo e Protezione civile, che avrebbe dovuto organizzare approvvigionamento e distribuzione delle mascherine, abbiano almeno fino ad oggi fallito il proprio mandato. Un mandato non semplice, certo, che tuttavia è stato gestito commettendo troppi errori. Proprio dai numeri si vede, limpida, la confusione.

Lo stesso Commissario unico all’emergenza, Domenico Arcuri, nei giorni scorsi è stato costretto ad ammettere che proprio l’approvvigionamento di presidi di protezione individuale vada a rilento, così come quello dei respiratori. E oltre alle mascherine “Swiffer” – su cui ha ironizzato di recente anche il governatore campano Vincenzo De Luca, definendole utili panni per pulire gli occhiali - per ora si è visto poco altro.

I primi a cui abbiamo chiesto un commento, una spiegazione sulla situazione sono le persone al timone che stanno cercando di gestirla. Ma il governo non risponde. Né dal Ministero della Salute né da Rocco Casalino, portavoce del primo ministro Giuseppe Conte, è giunta alcuna reazione alle nostre domande, mentre la Protezione Civile rimanda al Ministero guidato da Roberto Speranza.

Di contro, stando all’ennesimo annuncio del Commissario Arcuri, solo da oggi il nostro Paese potrebbe avviare una produzione “nazionale” di mascherine: "Queste produzioni verranno esclusivamente destinate a coprire, per il tramite della Protezione Civile, il fabbisogno delle Regioni italiane. È un risultato rilevante, raggiunto in tempi brevi, grazie alla collaborazione di tante aziende, dell'Istituto Superiore di Sanità, di alcune importanti università italiane e grazie alle nuove norme decise dal Governo con il decreto legge del 17 marzo. Continuiamo a lavorare, senza sosta, per rendere l'Italia sempre meno dipendente dalle importazioni di mascherine da altri paesi". Arcuri parla di “tempi brevi” ma l’emergenza nazionale è datata 1 febbraio 2020.

Dal territorio: le mascherine mancano, la situazione è difficile.

Intanto la situazione sul territorio rimane molto difficile. La gestione attuale della distribuzione delle mascherine ha gettato nello sconforto i medici di molti ospedali e tutta la struttura di assistenza e protezione sul territorio. Per ben due mesi, soprattutto i medici della continuità territoriale si sono trasformati in agenti di trasmissione, in superdiffusori. Mentre i medici di famiglia si trovano davanti al paradosso di non poter visitare i malati (se non per telefono) per non infettarsi e farsi veicolo a loro volta del Covid-19.

Dopo due mesi di emergenza, gli unici reparti in cui – e in modo contingentato – siano arrivati i primi presidi sono quelli di terapia intensiva e del triage dei principali ospedali.

Ma i malati Covid-19 si trovano anche nei normali reparti ospedalieri, nelle cliniche, nelle abitazioni private, negli ospedali periferici dove solo adesso iniziano ad arrivare i primi presidi di protezione individuale. Una goccia nell’oceano, che non garantisce protezione in alcun modo né gli ospedali né i medici della continuità territoriale e i medici di famiglia.

“In Cina – chiosa Giammaria Liuzzi, medico patologo clinico e presidente della Associazione Als che riunisce oltre 2.800 giovani medici italiani e attualmente deputato all’analisi dei tamponi per individuare il Coronavirus – abbiamo visto gli operatori sanitari che visitavano qualsiasi paziente con protezioni altissime, in Italia ancora oggi si litiga sui numeri delle forniture e siamo in difficoltà nel reperimento delle mascherine ffp2 e ffp3.

È evidente che con dotazioni così scarse, i medici stessi rischiano di contagiare i pazienti e gli ambienti, oltre a esporsi al contagio”.

Quella dei medici è una strage da Covid-19.

Fino ad ora sono morti 61 medici, ma il conto si aggiorna di ora in ora e il conteggio viene tenuto dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo) che sul suo sito aggiorna l’elenco. I contagiati – tra il personale sanitario – sono invece oltre 6.200. Stando alle percentuali di mortalità da coronavirus dichiarate dall’Oms (3,4%), quella che si prospetta è una strage di medici e infermieri: con i numeri dei contagi attuali si potrebbero avere oltre 200 morti da qui alle prossime settimane.

“All’inizio dell’epidemia – prosegue Picone – l’Ats Milano ha fornito un numero di mascherine doppio rispetto ai medici presenti sul territorio, in pratica: due mascherine per medico.

Non avendo però informato la popolazione sul rischio infettivo e sulla necessità di non recarsi presso gli ambulatori per contenere la diffusione del virus, noi medici eravamo e siamo costretti a indossare le mascherine per tutte le dodici ore di turno. Tenete conto che una mascherina ad alto potere filtrante può essere utilizzata per un massimo di otto ore. È evidente come le due mascherine che ci sono state fornite all’inizio abbiano coperto solo i primi giorni di servizio, le successive forniture sono state purtroppo insufficienti e siamo stati alcuni giorni praticamente scoperti”. Le forniture attuali, infatti, consistono soprattutto in mascherine chirurgiche che sono però ben poco efficaci davanti a un paziente con Covid-19.

E sono i medici di famiglia quelli più a rischio, soprattutto quando è iniziata l’epidemia: “Tenete conto che a Milano – sottolinea un operatore dell’Ats Milano che ha chiesto di restare anonimo – ciascun medico di base segue 1.500 pazienti, un numero salito poi a 1.800 vista la carenza di personale e l’alto numero di richieste. Nessuno di questi aveva presidi di protezione individuale sufficienti e adeguati”. Poi aggiunge: “I medici di famiglia non visitano più, quindi tutti si riversano sulle guardie mediche e in dodici ore di turno arriviamo a visitare anche 70 pazienti: chi mi protegge? Oggi abbiamo solo le mascherine chirurgiche e ho conservato una Ffp3 che sanifico come posso, ma non è sicuro lavorare in queste condizioni”.

A questo si aggiunge il numero dei decessi in casa: “Raramente – prosegue il medico – vengono fatti i tamponi su chi muore in casa, eppure è un continuo: ci sono pazienti con febbri che durano da settimane o da un mese. Questi restano a casa e raramente vengono fatti i tamponi. Di contro, noi siamo chiamati a effettuare le visite domiciliari con le mascherine chirurgiche. Quando ho chiesto se arrivassero quelle ad alta protezione mi è stato risposto ‘non ti aspettare le ffp2’”. La situazione migliorerà forse solo nei prossimi giorni: ma sono trascorsi già due mesi. La domanda ritorna: quante morti tra i medici si sarebbero potute evitare, se il Paese avesse agito in modo adeguato?

E Giammaria Liuzzi aggiunge un altro dato molto comune tra i medici; “Tra i miei colleghi quasi tutti hanno avuto nelle scorse settimane sintomi da Covid-19, la verità è che molto probabilmente a causa della mancanza di presidi di protezione stiamo facendo gli untori: potremmo essere noi il maggior veicolo di trasmissione di virus.

I prossimi mesi rischiano di essere davvero drammatici”.

C’è poi la questione dei tamponi per scoprire i positivi al Coronavirus.

“Nel nostro laboratorio – prosegue Liuzzi – facciamo una media di 27 tamponi ogni ora, ma per prevenire questa epidemia fin da subito sarebbe stato necessario fare i tamponi a quanti lavoravano a contatto con il pubblico: medici, cassieri, forze dell’ordine. Immaginate se una cassiera in un supermercato fosse asintomatica cosa potrebbe accadere. O se un poliziotto con il virus in incubazione vi fermasse per un controllo”. Liuzzi parla poi di un metodo che potrebbe affiancare e far risparmiare tempo e denaro: la ricerca nel sangue delle immunoglobuline IgG e IgM (anticorpi) a quanti sono a contatto con il pubblico: “Se una persona è sierologicamente positiva, significa che ha già sviluppato gli anticorpi al Covid-19 e quindi non conviene fare il tampone, diversamente si esegue l’analisi per approfondire”.

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