La mafia in Sicilia torna a farsi viva. Lo ha dimostrato l'ultima operazione antimafia conclusa nella prime ore del mattino dell'8 giugno: a finire in manette sono stati otto boss della mafia palermitana, con l'accusa di gestire le scommesse di Stato illegalmente. Questa volta le cose le hanno fatte come si faceva un tempo, ossia i boss dei vari mandamenti si sono riuniti e hanno costituito una holding criminale, con la quale hanno acquisito tre concessioni dei Monopoli dello Stato per gestire i guadagni derivanti dal gioco, ma in modo illegale.

Gli otto arresti, cinque in carcere e tre ai domiciliari, sono stati eseguiti dalla Guardia di Finanza del comando provinciale di Palermo, da dove tutto è partito, ma che ha visto le Fiamme Gialle operare anche in Campania, Lombardia e Lazio.

Il capo della holding è un imprenditore di Palermo

Questa società ha avuto un responsabile, il presidente Salvatore Rubino, 59enne imprenditore esperto del settore scommesse. A fare da garante sul corretto funzionamento degli affari era un uomo d'onore al servizio dei boss, il 57enne Francesco Paolo Maniscalco, che ufficialmente svolge l'attività del commercio di distribuzione di caffè per conto di Cosa nostra con l'imposizione forzata, secondo lo stile mafioso.

I procuratori della Dda palermitana, il procuratore capo Francesco Lo Voi, l'aggiunto Salvatore De Luca e il sostituto Dario Scaletta, hanno richiesto le ordinanze di custodia cautelare in carcere anche per i seguenti accusati: il 55enne Salvatore Sorrentino, il 42enne Vincenzo Fiore e il 44enne Christian Tortora.

Gli arresti domiciliari sono stati comminati a Giuseppe Rubino, 78 anni padre di Salvatore, Antonino Maniscalco di 26 anni e Girolamo Di Marzo di 51 anni. Inoltre è stato fissato il divieto di dimora per i fratelli Elio e Maurizio Camilleri, rispettivamente di 52 e 55 anni. Il gip che ha firmato i mandati di arresto, il magistrato Walter Turturici, ha disposto anche l'apposizione dei sigilli a otto imprese, cinque delle quali in possesso della concessione governativa per l'apertura delle agenzie di scommesse.

I beni sequestrati hanno un valore che ammonta a circa 100 milioni di euro.

Le intercettazioni che hanno portato alla scoperta del sodalizio criminale

Circa 200 finanzieri del nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Palermo, al comando del colonnello Gianluca Angelini, sono state impiegate per portare a termine un'indagine condotta con delle intercettazioni telefoniche e ambientali, acquisendo delle preziose documentazioni sia audio che video che hanno permesso di risalire al modo con cui si è arrivati a questo reato. Hanno potuto così scoprire che Salvatore Rubino aveva messo a disposizione tutta la sua esperienza nel campo, mentre l'aspetto operativo, con la richiesta e la partecipazione dei bandi pubblicati dall'Agenzie delle Dogane e dai Monopoli, era stato curato da Fiore e Tortora.

Gli investitori iniziali, per un totale di mezzo milione di euro, erano i fratelli Camilleri, denaro poi restituito in modo frazionato al boss Settimo Mineo, mentre i capi mandamento di Porta Nuova e Pagliarelli hanno sponsorizzato e finanziato l'operazione.

Le riunioni delle famiglie si sono sempre svolte in una falegnameria di Via Paolo Emiliano Giudici, all'inizio per appianare una controversia sorta tra le stesse famiglie mafiose, ma poi, con l'ingresso dei clan dei mandamenti della Noce, Brancaccio, Santa Maria di Gesù, Belmonte Mezzagno e San Lorenzo, il locale è servito per i summit, dove si sono decise le quote di spartizione dei proventi derivanti dalla gestione delle scommesse, un giro d'affari diventato sempre più imponente e che ha fatto gola a molti.