La commissione ispettiva designata dal governatore del Veneto Luca Zaia ha depositato nelle scorse ore la relazione su quanto sarebbe accaduto presso l'Ospedale della Donna e del Bambino di Borgo Trento, a Verona: negli ultimi anni quattro neonati sono morti a causa di un batterio killer, il Citrobacter koseri. Secondo gli esperti, l'agente patogeno si sarebbe annidato sui filtri rompigetto dei rubinetti, finendo nell'acqua destinata ai piccoli pazienti. Inoltre il batterio sarebbe stato rilevato sulla superficie esterna e su quella interna dei biberon utilizzati nel reparti del nosocomio. Nelle 52 pagine del documento si descrive la scarsa cura per l'igiene nell'ospedale, come nel caso del mancato rispetto dei protocolli relativi alla sterilizzazione delle mani del personale e anche dei genitori presenti.

Infine viene spiegato come il problema sia stato a lungo sottovalutato, evidenziando anche la mancanza di comunicazione con le autorità, tenute a lungo all'oscuro dell'epidemia in corso.

Molti i bambini colpiti dall'epidemia dovuta al batterio

La relazione della commissione esterna - guidata da Vincenzo Baldo, professore ordinario di Igiene e sanità pubblica all'Università di Padova - mette in evidenza come il problema sia stato trascurato per molto tempo. Nel periodo che va dal 1° aprile 2017 al 1° luglio 2020 sono stati 91 i bambini trovati positivi al batterio. Nove di questi pazienti hanno sviluppato una patologia invasiva e quattro neonati sono morti. Andando indietro fino al 2015, i piccoli infettati dal Citrobacter koseri sarebbero 100: di questi, 98 erano ricoverati in terapia intensiva neonatale e pediatrica, mentre altri due si trovavano nel reparto di pediatria.

Secondo gli esperti, la circolazione dell'agente patogeno sarebbe continuata anche con l'adozione delle misure stringenti contro il coronavirus: nei primi 5 mesi del 2020 sono stati infettati il 33,6% dei neonati fino ad arrivare, in alcuni momenti, al coinvolgimento del 75% dei soggetti ricoverati.

Il ritardo nel comunicare alle autorità la presenza del batterio in ospedale

In seguito a questi casi alcuni reparti dell'ospedale di Verona - come terapia intensiva neonatale, terapia intensiva pediatrica e ostetricia - sono stati temporaneamente chiusi lo scorso 12 giugno per volontà del direttore generale dell'Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona (Aoui) Francesco Cobello, per procedere alla sanificazione degli spazi.

Un provvedimento forse tardivo, come lascerebbe intendere la relazione della commissione ispettiva, secondo la quale per molto tempo è mancata una corretta comunicazione degli eventi alle autorità regionali. Le notizie su quanto accaduto non sono state fatte trapelare all'esterno dell'ospedale: la prima mail del risk manager che informava dell'epidemia in atto risalirebbe allo scorso 22 giugno.

La protesta della madre di Nina, una bimba uccisa dal batterio

Alla relazione della commissione esterna si andrà ad aggiungere un altro rapporto redatto da un gruppo formato da personale interno all'amministrazione regionale, che presto sarà consegnato alla Procura della Repubblica di Verona.

Nel frattempo, il presidente della Regione Veneto Luca Zaia ha fatto sapere che, dopo aver ricevuto il documento del team guidato dal professor Baldo, ne ha disposto l'invio alle autorità giudiziarie, rendendolo disponibile anche ai familiari dei bimbi la cui salute è stata messa a repentaglio dal batterio.

Tra questi c'è Francesca Frezza, mamma della piccola Nina, uccisa dall'agente patogeno, che ha sempre combattuto perché venisse a galla quanto accaduto tra le mura di quei reparti. La donna, che continua a portare avanti la sua protesta davanti all'Ospedale della Donna e del Bambino di Verona, ha spiegato come l'esito dell'indagine della commissione abbia confermato tutti i suoi dubbi sull'operato del personale della struttura sanitaria.

Segui la nostra pagina Facebook!