Dopo 30 anni, la strage del Moby Prince, il più grave disastro della marineria civile italiana, resta senza colpevoli. Erano le ore 22:25 del 10 aprile 1991 quando il traghetto partito dal porto di Livorno e diretto a Olbia, dopo neanche tre miglia di navigazione, si scontrò con una petroliera della Snam, la Agip Abruzzo.

L'equipaggio della petroliera fu tratto in salvo. A bordo del traghetto scoppiò un incendio: morirono 140 persone, 75 passeggeri e 65 membri dell'equipaggio. L'unico superstite fu Alessio Bertrand.

Le parole dell'unico testimone

Non è mai più salito su una nave e vive "assediato dall'ansia" e dal senso di colpa per non essere riuscito a salvare nessuno a bordo del Moby Prince: l'unico superstite e testimone della strage, Alessio Bertrand, originario di Ercolano dove attualmente vive con la famiglia, era al suo primo imbarco, aveva preso servizio sul Moby Prince come mozzo con lo zio, anche lui marinaio.

Oggi che di anni ne ha 53 anni, a distanza di 30 anni, continua a non darsi pace.

In un'intervista al Tg1, ha ribadito la sua verità: "Ero innervosito perché dicevo: recuperiamo qualcun altro". La sua verità ha sempre contraddetto quella fornita dai soccorritori, secondo i quali lui avrebbe detto che a bordo erano tutti morti. Secondo quanto afferma Bertrand "non vive più", non ci riesce: prende ancora psicofarmaci, non dorme più di tre ore a notte.

Con il risarcimento ottenuto, ha comprato una casa a Ercolano dove vive con la moglie e i due figli disabili che mantiene con la sua pensione di invalidità. Della tragedia ricorda un boato, la fuga senza meta nella nave in fiamme, l'essere rimasto appeso a un corrimano un'ora in attesa dei soccorsi.

Poi ricorda di essersi buttato in mare, ripescato da due ormeggiatori che lo hanno portato sulla motovedetta della Capitaneria di porto. Nelle immagini dell'epoca, appena salvato, prima di essere caricato sull'ambulanza, si sbraccia e urla perché vengano salvate altre vite.

Oggi pensa che sia ancora possibile arrivare a una verità giudiziaria.

Come ha riferito alla commissione d’inchiesta del Senato, Bertrand ha sempre sostenuto che i soccorsi sono arrivati oltre un'ora dopo l'incendio scoppiato a bordo, nonostante il 'Mayday'.

Moby Prince, decenni di inchieste e processi

Tre processi non sono bastati a individuare dei responsabili. Al termine del primo processo, a Livorno nel 1997, tutti gli imputati di omicidio colposo plurimo, sono stati assolti perché 'il fatto non sussiste': la petroliera non avrebbe avuto colpe e neanche la capitaneria per aver ignorato le richieste del soccorso del traghetto in fiamme.

In secondo grado, al processo di Firenze nel 1999, i reati sono caduti in prescrizione. Nel 2006, grazie alle pressioni dei familiari delle vittime, si è aperto un nuovo processo: si è concluso dopo quattro anni con la richiesta di archiviazione.

Cosa sia realmente successo quella notte resta un mistero. La commissione parlamentare d'inchiesta, istituita nel 2015, nella relazione conclusiva del 2018 ha smentito le sentenze e la versione ufficiale che fanno riferimento all'errore umano o alla distrazione, e ha portato alla riapertura delle indagini da parte della Procura di Livorno. La commissione ha escluso che la tragedia sia riconducuibile alla nebbia o alla condotta colposa avuta dal comando del traghetto.

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Si era arrivato persino a pensare che chi avrebbe dovuto vigilare stesse guardando Juventus-Barcellona in tv, semifinale di Coppa delle Coppe.

Tra le altre ipotesi, l'eccesso di velocità della nave, un'esplosione, un guasto alle apparecchiature di bordo. La commissione ha accertato che ci fu il caos nei soccorsi e che le vittime non morirono subito, ma sopravvissero a lungo non soccorse.

Una nuova commissione sul caso Moby Prince

Una seconda commissione parlamentare d'inchiesta si insedierà a maggio: l'hanno richiesta Luchino e Angelo Chessa, figli del comandante del Moby Prince, Ugo Chessa, e le associazioni dei familiari delle vittime. Per il presidente Sergio Mattarella, individuare le responsabilità è oggi un dovere inderogabile.

Tra i tanti punti ancora oscuri, la posizione della petroliera, ferma al largo del porto di Livorno dove c'era il divieto di ancoraggio. Si ipotizzarono anche traffici illeciti di armi e rifiuti o segreti militari, ma non vi furono mai conferme in tal senso. Poi, l'accordo assicurativo stipulato tre mesi dopo la strage tra le controparti, Snam e Navarma, per liquidare i familiari delle vittime. L'accordo sarebbe servito a chiudere qualunque ulteriore accertamento sullo stato delle due navi, ormai entrambe demolite.

La Procura di Livorno ha aperto un nuovo fascicolo: il reato di strage non cade in prescrizione, unica speranza per i parenti di arrivare alla verità e di rendere giustizia alle vittime.

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