“Sono stato io, l'ho uccisa io”. Poche parole, ma precise, quelle pronunciate poche ore fa ai carabinieri della stazione di Palau da Emanuele Ragnedda, noto imprenditore vinicolo di Arzachena, che avrebbe confessato l'omicidio di Cinzia Pinna, la donna scomparsa nella notte tra l'11 e il 12 settembre da un locale della nota località turistica. Il corpo della 33enne, originaria di Castelsardo, è stato trovato nel terreno di un casolare di proprietà dell'uomo, in località Conca Entosa, nel comune di Palau. Insieme a lui è indagato anche un 26enne milanese, accusato di occultamento di cadavere.

Ragnedda è stato arrestato con l'accusa di omicidio volontario. Questa mattina, l'uomo avrebbe anche tentato la fuga dal porto di Cannigione, ma si è schiantato con un gommone sugli scogli, per poi raggiungere la villa di famiglia a Baia Sardinia, dove sarebbe arrivato armato. Il padre Mario è stato tra i fondatori della cantina Capichera, marchio conosciuto in tutto il mondo.

Il blitz dei carabinieri

Dopo la confessione, i militari della stazione di Palau hanno raggiunto la tenuta vinicola dell'uomo. A Conca Entosa ed è proprio qui che, all'interno di un'abitazione, i carabinieri [VIDEO] avrebbero ritrovato tracce di sangue. Sia sopra un divano sia in altre parti della casa. L'imprenditore, stando alle prime indiscrezioni, avrebbe ucciso la donna con un'arma da fuoco.

Ancora sconosciuti i motivi del folle gesto. Durante il sopralluogo dei Ris erano presenti il procuratore di Tempio, Gregorio Capasso, e la sostituta Noemi Mancini. Ora saranno le indagini dei carabinieri del Ris, il reparto di investigazioni scientifiche dell'Arma, a dare ulteriori conferme agli inquirenti. Gli specialisti hanno ispezionato in maniera certosina l'abitazione e il terreno di proprietà dell'imprenditore vinicolo.

Le ultime ore di vita della donna

Cinzia Pinna, la vittima, era stata vista ancora viva in un locale di Palau nella notte tra l'11 e il 12 settembre. Poi le sue tracce erano sparite. Quella notte, stando alle numerose testimonianze, la donna era in compagnia di Ragnedda e del 26enne milanese.

Non avendo fatto rientro nella sua abitazione i genitori, preoccupati, avevano tentato di contattarla. Inutilmente. Il suo telefono cellulare infatti era spento. Un fatto molto insolito per la 33enne, che avvisava sempre i familiari. A quel punto i genitori hanno dato l'allarme e hanno raggiunto la caserma dei carabinieri dove hanno sporto denuncia. Da qui le indagini che hanno portato all'arresto di Emanuele Ragnedda.