Dall’8 gennaio 2026, il governo iraniano ha imposto un blackout quasi totale della rete, interrompendo l’accesso a internet e alle comunicazioni mobili per circa 170 ore, ovvero oltre una settimana. Il dato è stato confermato da più fonti.

Blackout digitale record

Questo blackout è tra i più lunghi mai registrati in Iran, superando i precedenti record di circa 163 ore rilevate nel 2019 e 160 ore nel 2025. L’interruzione ha causato una caduta quasi immediata del traffico internet nazionale e satellitare: in mezz’ora si è registrato un -90% di traffico, con una successiva flessione verso lo zero percento.

Blocco delle tecnologie satellitari

Di particolare rilievo è lo spegnimento dei servizi Starlink, mai bloccati in precedenza, che avevano rappresentato una via di comunicazione alternativa durante le proteste del 2022. L’Iran ha criminalizzato il possesso di terminali Starlink, considerandolo alla stregua di spionaggio, e ha impiegato strumenti militari per il jamming locale e la confisca dei dispositivi.

Proteste e censura dei diritti umani

Le proteste scoppiate il 28 dicembre 2025, inizialmente legate all’economia, si sono trasformate rapidamente in una mobilitazione generalizzata contro il regime. La repressione violenta – con arresti massicci e centinaia di morti – è avvenuta mentre l’informazione veniva sistematicamente silenziata, complici blackout e jamming.

La censura digitale serve dunque come strumento strategico per limitare la visibilità delle violenze e ostacolare l’organizzazione interna ed esterna delle proteste. Il blackout ha paralizzato anche funzioni vitali come sanità, banche e ospedali, aumentando la gravità della crisi.

Un cambio di paradigma tecnico e politico

A differenza delle interruzioni passate, questa si configura come più sofisticata: non si tratta di un semplice blackout, ma di un’operazione calibrata per isolare la popolazione selettivamente, mantenendo attive solo reti “bianche” per istituzioni e media controllati. Questo nuovo approccio digitale riflette una politica di repressione più strutturale e duratura, che va oltre la crisi contingente.

Prospettive future

Il regime sembra preparato a sostenere a lungo il blackout, fomentando l’adozione della “internet nazionale” come alternativa permanente, limitata e impermeabile a osservatori esterni. Finché il blackout continuerà, la documentazione delle violazioni resta frammentata, affidata a fonti satellitari o attivisti, amplificando il rischio di impunità.

L’adozione di questa strategia digitale e repressiva solleva allarmi seri a livello internazionale: si tratta di un’innovazione autoritaria nella gestione del dissenso. Il blackout, anziché essere un mezzo emergenziale, sembra farsi strumento sistemico per imprigionare l’informazione interna e globale.

Resta aperta la domanda se la pressione esterna o l’erosione interna del potere potranno invertire la messa offline dell’Iran.

La capacità del regime di mantenere una separazione così stretta tra flussi informativi preferenziali e totale oscuramento del resto della popolazione rappresenta un nuovo paradigma di dominio digitale.