Il Consiglio regionale del Piemonte si fa promotore della diffusione del neologismo 'atéfano', un termine destinato a identificare il genitore che ha perso un figlio. L'iniziativa è stata presentata il 15 luglio 2026 a Torino, presso la Sala Viglione di Palazzo Lascaris, dal vicepresidente del Consiglio regionale del Piemonte, Franco Graglia, che ha illustrato un ordine del giorno specifico. L'incontro ha visto anche la partecipazione di Angelo Vaccarezza dell’Ufficio di presidenza della Regione Liguria, la prima istituzione ad aver accolto questa proposta, originata dall’associazione 'Rachele Franchelli - Uno Sguardo Senza Confini'.
Il neologismo 'atéfano' deriva da un'attenta ricerca etimologica, combinando le parole greche: il prefisso privativo 'à-', 'té-' da 'téknon' (che significa 'figlio' ed esprime affetto e legame), e '-fano', da 'orphanòs' (privo, mancante, orfano). Il significato letterale è quindi 'colui che è privato del proprio figlio', o per analogia 'un orfano di figlio'. L’Accademia della Crusca ha seguito l’iter per l’individuazione di questa nuova parola, che mira a colmare un vuoto linguistico e sociale. Graglia ha sottolineato l'importanza di «dare voce alle famiglie che hanno vissuto questa terribile tragedia e chiedono di poter essere riconosciute nel loro stato di dolore davanti agli altri e davanti alle istituzioni», evidenziando come dare un nome a queste persone sia fondamentale per renderle visibili e garantirne delle tutele.
Il riconoscimento di un dolore senza nome
L’idea di introdurre il termine 'atéfano' è nata in Liguria, dove l’associazione 'Rachele Franchelli - Uno Sguardo Senza Confini APS' ha proposto di colmare una lacuna nella lingua italiana. Mentre esistono parole precise per definire chi perde un coniuge (vedovo) o i genitori (orfano), mancava un vocabolo per descrivere un genitore che sopravvive alla morte di un figlio. Dopo la Liguria, anche l’Assemblea piemontese si prepara a votare un atto di indirizzo per promuovere il neologismo, che ha ricevuto il sostegno unanime di tutte le forze politiche.
Angelo Vaccarezza, consigliere segretario e promotore della mozione approvata dal Consiglio regionale della Liguria, ha spiegato che il termine racchiude anche la storia di Rachele Franchelli, scomparsa nel 2024 a soli 16 anni a causa di un tumore cerebrale.
La mozione ligure è stata successivamente adottata dalla Provincia di Savona, da numerosi Comuni del Savonese e dal Comune di Genova, segnando un percorso di diffusione istituzionale.
Implicazioni sociali e il valore del riconoscimento
Per Silvia Ravera e Gastone Franchelli, rispettivamente madre e fratello di Rachele, il progetto è fondato sulla convinzione che nominare il dolore significa riconoscerlo e conferirgli dignità. Questo aiuta la comunità a comprendere, accogliere e supportare chi vive una simile tragedia. La ricerca linguistica ha beneficiato del supporto di docenti universitari e dell’Accademia della Crusca, che valuterà l'inserimento ufficiale del termine nel vocabolario italiano qualora si diffonda nell’uso comune.
Franco Zanet, autore del libro 'Noi che non abbiamo nome' e padre di Alessandro, scomparso nel 2016, ha descritto l’iniziativa come «importante, che riconosce un’identità al nostro vuoto». Il vicepresidente Domenico Ravetti ha ribadito l'impegno istituzionale, affermando che «sostenere questa iniziativa significa fare il nostro dovere, che non è solo quello di essere legislatori, ma anche di affrontare temi che servono a metterci in relazione con il mondo che ci circonda».