La cornice del Museo Roma in Trastevere ospita fino al 18 giugno una rassegna sulla fotografa Vivian Maier, artista controversa, la cui fama si è dispiegata nel periodo recente, a causa della scoperta tardiva della sua poetica originale e intimista. L’esposizione di circa 120 scatti è curata da Anne Morin e Alessandra Mauro che hanno prescelto un’organica selezione di opere in chiaroscuro degli anni cinquanta e sessanta, arricchita da una sezione degli anni settanta con foto a colori.

Vita e stile

Vivian nasce nel 1926 a New York, come è stato ricostruito dal suo biografo John Maloof, parte preponderante della sua vita la trascorre in Francia, a Saint-Julien en Champsaur, a causa dell’origine francese della madre, Maria Jaussaud.

Data fondamentale del suo percorso sarà l’anno 1951 in cui parte alla volta di New York. Il suo primo acquisto è una macchina fotografica Rolleiflex, comperata con il ricavo della vendita della casa di famiglia. Svolge la professione di babysitter per tutta la sua vita, parallelamente alla sua vera aspirazione di fotografa, un’ambizione sottesa, vissuta nell’intimo. Ella immortala ogni attimo del quotidiano domestico, ogni particolare che rapisce la sua immaginazione, creando un suo stile personale, unico, che alterna languore ad austerità, sfrontatezza a intimismo. Vivian accoglie i dettami della “street photos”, svolgendo il ruolo di pioniera in questo ambito artistico. I colori, le sonorità del vissuto dell’habitat della strada colpisce i suoi sensi che intrappolano sinesteticamente in uno scatto con un "coup de vivre".

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Una ritrattistica del quotidiano, oltre che un’ampia sfera di autoritratti eseguiti con lo sguardo rivolto verso l’altrove e superfici specchiate che fungono da reflex della sua immagine. Ella considera arte già lo stesso gesto creativo dell’eseguire la foto, prima che il risultato finito.

La mostra

Scatti curati che inaugurano un’iconografia del quotidiano, dell’accessibile, del peculiare, valorizzata dal suo persole gusto e riflessione che denotano allo stesso tempo una sensibilità delicata e una disinvoltura a tratti spudorata. L’esposizione ricrea lo stesso iter umano che l’artista ha affrontato nella ricerca di sé stessa attraverso il gesto creativo. Volti di persone anziane consumate dalla vita, dominati dall’impulso e dall’opulenza; edifici consunti, rovine moderne che stigmatizzano la marcescenza e l'onnipresenza dell’assenza; figure di emarginati, alienati, oppressi e ripiegati su sé stessi. Il mondo dell’infanzia ha un’importanza fondamentale, iconizzato nei bambini incontrati casualmente per strada o che lei stessa accudisce, persi nella loro mimica accennata, spontanea, impudente.

Esposizione magistrale che elargisce un tributo ad una artista complessa, la cui poetica risulta intrisa delle sfumature del vissuto contemporaneo, inteso nella sua essenza e precarietà.