Riccardo Muti ha diretto la seconda edizione di “Cantare amantis est” l’1 e il 2 giugno al Pala De Andrè di Ravenna. L’evento ha riunito 3.546 coristi da ogni regione d’Italia, inclusi 459 cori, 696 adulti e 116 voci bianche, con i più giovani di appena 6 anni. Questa eterogenea partecipazione ha sottolineato la vasta portata dell’iniziativa. Il maestro Muti ha ribadito che l’Inno di Mameli «deve essere cantato dalla moltitudine» e non da solisti, un’abitudine che ha definito «all’americana».
Nelle due intense giornate, Muti ha guidato i coristi attraverso un percorso musicale variegato, dall’“Ave Verum Corpus” di Mozart a “Casta Diva” dalla Norma di Bellini, e dal coro a cappella della Messa da Requiem di Verdi al Prologo dal Mefistofele di Boito.
Le sessioni sono state aperte anche al pubblico, con biglietti a 10 euro l’intero e 5 euro il ridotto per gli under 18.
Omaggio a Don Giovanni Minzoni e ispirazione da Sant’Agostino
Questa edizione del progetto, curata da Anna Leonardi e Michele Marco Rossi e parte del Ravenna Festival, è stata dedicata a don Giovanni Minzoni. Il sacerdote ravennate, martirizzato dai fascisti nel 1923, è stato ricordato da Muti come «uomo di fede e spirito libero, moderno e rivoluzionario». L’iniziativa ha veicolato un messaggio di pace, solidarietà e partecipazione corale, ispirandosi al motto di Sant’Agostino, «cantare amantis est», ovvero «cantare è proprio di chi ama».
Muti ha rilevato la straordinaria risposta corale, definendola testimonianza di un «humus fecondo» nel Paese.
Ha evidenziato un’attenzione al canto condiviso e alla cura del fraseggio, aspetti a suo dire poco presenti nelle scuole e nei media. Il coro ha espresso una pluralità viva, con partecipanti di età molto diverse, come Benito Davalli (93 anni) e Carlotta Grandesso Silvestri (6 anni).
Il progetto: musica, coesione e valore educativo
La prima edizione di “Cantare amantis est” si era tenuta nel 2025, sempre al Pala De Andrè di Ravenna, con oltre tremila coristi. Il progetto prosegue l’itinerario delle Vie dell’Amicizia del Ravenna Festival, che da oltre un quarto di secolo costruisce ponti tra popoli segnati dalla guerra (da Sarajevo a Gerusalemme, da Kiev a New York), promuovendo l’ideale di pace attraverso la musica.
L’esperienza è stata concepita come una masterclass aperta e gratuita, rivolta a cori e coristi di ogni età, livello e provenienza. Le sessioni pubbliche hanno reso visibile la forza del lavoro corale. Il festival ha sottolineato come il canto condiviso rappresenti un gesto di coesione civile e uno strumento universale di condivisione emotiva e spirituale.
In questa prospettiva, il progetto assume un significativo valore educativo. Muti non si è limitato a dirigere, ma ha illustrato il rapporto diretto tra parola e musica, mostrando come la melodia nasca dal significato della parola e sottolineando che «la semplicità è difficile».
Questa seconda edizione, rilanciata dopo il successo dell’anno precedente, conferma la validità del progetto.
L’iniziativa mette in scena la musica come potente forza sociale e simbolo di comunità, un invito alla condivisione e alla bellezza che supera le differenze, sotto la guida sapiente di un maestro che unisce arte e impegno civile.