Uno degli interventi più complessi all'esame del Governo Renzi, sotto l'aspetto della molteplicità di interessi da combinare, è sicuramente quello sui dipendenti della Pubblica Amministrazione.

Partendo dalla necessità di ridurre i costi della macchina burocratica, ad oggi la proposta Madia prevederebbe l'uscita anticipata di un numero ancora imprecisato di lavoratori, più vicini alla pensione, ipotizzando varie opzioni sul tipo di accompagnamento economico.

E' proprio questo uno dei punti più delicati: come convincere le persone ad affrontare un periodo, più o meno lungo, con risorse economiche ridotte rispetto ad oggi.

Eppure forse un metodo ci sarebbe, capace di incontrare non solo la disponibilità dei lavoratori ma anche di produrre un effetto volano sull'intera economia nazionale, movimentando subito miliardi di euro senza pesanti aggravi per lo Stato (che, in effetti, oggi forse non potrebbe sostenerli).

Mi riferisco alla possibilità di consentire ai lavoratori pubblici (in ipotesi distanti fino a cinque anni dalla pensione) di accedere all'anticipazione del TFR/TFS maturato, tramite finanziamento tipo "bullet", ancorché a titolo oneroso per il lavoratore, mediante un decreto legge che istituisse la "delega sul conto liquidazione" con garanzia diretta dello Stato a favore delle Banche che accettassero di sottoscrivere la relativa convenzione.

Per la logica finanziaria del prestito tipo "bullet", il lavoratore verserebbe per la durata del finanziamento solo gli interessi (mensilmente o trimestralmente), rimborsando il capitale in unica soluzione, con il pagamento della liquidazione che lo Stato si impegnerebbe ad eseguire direttamente a favore della Banca erogante.

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In pratica, trattandosi di un finanziamento garantito, il costo per i lavoratori potrebbe essere contenuto (ipotesi: anticipazione di 50.000 euro, al tasso del 4% nominale annuo, in linea con i rendimenti dei BTP, costo annuo per interessi 2.000 euro).

Le casse dello Stato non solo non avrebbero alcun riflesso negativo da tale "novità", ma riceverebbero sicuramente benefici per effetto degli indubbi ritorni che, sul piano economico, deriverebbero dall'iniezione nel sistema di miliardi di euro posti a disposizione di famiglie che, altrimenti, dovrebbero attendere anni per poter dare pratica attuazione a progettualità che, a cinque anni dalla pensione, sicuramente le famiglie stesse già dovrebbero aver delineato.

Si pensi che questa possibilità è da anni concessa ai dipendenti privati, venendo vissuta come discriminazione da quelli pubblici. Se solo 1.000.000 statali, comunali e altri dipendenti pubblici chiedessero di accedere ai 50.000 euro, parleremmo di 50 miliardi di euro di liquidità indotta.

Come incrociare questa "novità" con l'esigenza di invogliare i dipendenti pubblici a lasciare il lavoro?

Forse allo Stato potrebbe convenir di porre, anche solo parzialmente, a carico del suo bilancio gli oneri per interessi, ovviamente solo per coloro che accettassero l'uscita anticipata con riduzione dello stipendio.

Nell'ipotesi precedentemente descritta, se lo Stato si accollasse il 50% del costo, pari a 1.000 euro per lavoratore e se tutto il milione di lavoratori lasciasse il lavoro, basterebbe trovare 1 miliardo all'anno per raggiungere l'obiettivo di ridurre i costi della P.A. e di creare decine di migliaia di nuovi posti di lavoro, ipotizzando anche solo un pessimistico turnover pari al 10% delle uscite.

L'incognita resterebbero le Banche: ma in questo momento in cui la loro funzione etica e sociale è nell'occhio del ciclone sembrerebbe davvero difficile si possano porre di traverso...