Continua la fase positiva dell’industria farmaceutica italiana. A Roma, Farmindustria ha fatto il punto. Segnali positivi ma anche lungimiranza per non perdere le prossime opportunità. Nel 2015 ci sono stati 2,6 miliardi di investimento, di cui 1,4 in R&D e 1,2 in produzione. Il 40% è capitale italiano e il 60% capitale estero. Un settore che maggiormente ha contribuito allo sviluppo del Paese, con i suoi 63.500 addetti di cui 6.100 in ricerca (52% donne), e le migliori performance in termini di produzione (39 miliardi) e di export (23 miliardi, il 73% della produzione).

Il punto di vista di Farmindustria

L'appuntamento annuale di Farmindustria, associazione che con le sue 200 aziende associate rappresenta circa il 90% dell’intero business farmaceutico italiano, è stata una importante occasione per snocciolane numeri, fare il punto sulla situazione attuale e su quella che sarà nei prossimi anni.

Il Presidente, Massimo Scaccabarozzi, ha presentato un quadro decisamente positivo del settore Pharma, ma non sono mancati messaggi rivolti alla politica, per non perdere l’occasione di trasformare il comparto nel principale hub europeo.

Adesso siamo solo secondi, dopo la Germania.

Nel 2015 le domande dibrevetto farmaceutico sono cresciute del 54%, i prodotti biotech in viluppo più di 300. Assunti 6.000 nuovi addetti e gli investimenti in R&D sono aumentati del 15%. Per quanto riguarda gli studi clinici presso le strutture del SSN, le aziende hanno contribuito con 700 milioni. Un insieme di numeri che fanno pensare, a ragione, ad un nuovo Risorgimento della Ricerca farmaceutica italiana.

Le prospettive

Le aziende sembrano interessate ad investire in Italia anche nei prossimi anni. Sia in produzione che in ricerca. Le nuove sfide si chiamano “farmaci first-in-class” – ovvero farmaci innovativi, biotech, vaccini, medicina personalizzata, terapie avanzate, malattie rare e ricerca di genere.

Scaccabarozzi ha voluto comunque lanciare all’assemblea, e al mondo politico, dei messaggi precisi: “Oggi siamo nell’età dell’oro dell’innovazione e non possiamo vivere come se fossimo in quella del bronzo”.Il settore ora ha bisogno di regole certe e stabili, solo in questo modo l’Italia riuscirà a diventare calamita di innovazione ehub europeo degli studi clinici.

L’Italia vanta delle eccellenze in tutta la filiera, dalla ricerca alla produzione. Basti pensare che il primo farmaco al mondo, ad essere approvato per una patologia rara alla cornea, basato sulle cellule staminali, è italiano.

Per quanto riguarda la produzione, nel 2015 il business è stato dell’ordine dei 30 miliardi, con oltre il 73% destinato all’export. Un trend in continua crescita, anche negli anni dove la crisi ha colpito tutti gli altri comparti.

Le imprese impegnate nel conto terzi, ovvero le Contract Development and Manufacturing Organization, sono prime in Europa, anche davanti alla Germania, con una crescita, solo negli ultimi 5 anni, del 24%.

Lombardia prima come addetti e produzione, il Lazio prima come export

E’ una Italia divisa a metà con il centro nord che cresce ed il sud che arranca. Dando un’occhiata alla disposizione geografica, vediamo che il settore pharma è concentrato principalmente in poche regioni, con la metà degli addetti (28 mila occupati diretti e 18mila nell’indotto) nella sola Lombardia, prima nel biotech, produzione, ricerca e studi clinici.

Segue il Lazio (16 mila addetti diretti e 6 mila nell’indotto), la seconda regione per numero di occupati ma prima per export, con il 47% del totale. E poi Toscana (7mila addetti), Emilia Romagna (3,3 mila addetti) e Veneto (3 mila addetti).

Adesso si punta alla smart factory, ovvero l’industria 4.0, tecnologicamente avanzata, connessa e digitalizzata. Aziende che, mediante robot intelligenti, interagiscono in tempo reale con gli addetti usando software per una gestione integrata (ordini, magazzino, produzione) elogistica intelligente.

E dopo la Brexit, l'EMA (agenzia europea per i medicinali) potrebbe arrivare in Italia.

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