Crollo delle borse. I non addetti ai lavori potrebbero pensare che sia dovuto esclusivamente all'effetto del Coronavirus sull'economia. In realtà, le difficoltà di tutte le piazze a cui stiamo assistendo in questi giorni, pare siano legate ad un altro fattore: il calo del prezzo del petrolio. Il lunedì nero (9 marzo) delle borse mondiali, infatti, ha visto punte di ribasso delle quotazioni del greggio fino al 30%. Ribassi che si sono sommati alle perdite che, dall'inizio dell'anno, avevano già ridotto il suo prezzo di circa un terzo.

Certo, a Milano, il convergente effetto di crisi dovuto all'epidemia in corso ha fatto sì che l'indice Mib perdesse oltre l'11%. Ma su tutte le piazze il prezzo del brent è sceso al di sotto dei 35 dollari al barile. Un livello che non si toccava più da quattro anni. Tutto ciò sarebbe causato da una "guerra dei prezzi" a colpi di espansione dell'offerta che coinvolgerebbe i due maggiori esportatori mondiali: la Russia e l'Arabia Saudita.

La guerra dei prezzi tra Mosca e Riyad ha causato il crollo delle borse

Lo scorso mese, l'Opec aveva accettato la proposta dell'Arabia di tagliare la produzione di 600mila barili al giorno. Ciò avrebbe sostenuto il prezzo del greggio. Riyad pensava che anche Mosca - a cui era legata da un solido accordo di produzione (cosiddetto Opec+1) - l'avrebbe seguita su questa strada. Invece, il Ministro dell'Energia russo, Alexander Novak, ha fatto sapere senza mezzi termini che il suo governo era contrario a qualsiasi taglio.

Infatti ha spiegato che già da aprile la Russia avrebbe eliminato ogni restrizione alla produzione.

La Russia adotta una Politica economica tale da non consentire al prezzo del suo petrolio di scendere al di sotto dei 43 dollari al barile. Ciò le permette di acquistare la quantità di moneta straniera necessaria per sostenere il cambio del rublo, minacciato dalle sanzioni occidentali. Un decremento delle esportazioni russe di greggio - sia pur compensato da un livello più alto dei prezzi - potrebbe comportare una svalutazione della moneta nazionale.

A questo punto, per ritorsione, l'Arabia ha fatto marcia indietro e, pur di far cedere Mosca, ha cominciato a inondare i mercati di greggio. Di conseguenza, il prezzo ha cominciato a scendere su livelli difficilmente sostenibili da qualsiasi altro produttore, e le borse sono andate in affatto.

I problemi delle borse partono dalle quotazioni delle compagnie petrolifere mediorientali

Lunedì 9 marzo, persino le società più solide hanno registrato ribassi a doppia cifra, a partire da quelle occidentali con forti componenti azionarie intestate alle compagnie petrolifere del Golfo. Parimenti è andato in affanno anche un colosso come la compagnia petrolifera di Stato russa.

Mosca ha comunque annunciato di essere pronta a sostenere un prezzo di vendita compreso tra i 25-30 dollari addirittura per dieci anni. Se ciò corrisponda a verità, lo si vedrà nelle prossime settimane. Dall'altro lato della trincea, alcune fonti come Il Sole 24 Ore ritengono che Riyad si stia attrezzando per commercializzare il prodotto addirittura a un costo di 12-20 dollari. Di fronte a tale escalation, è difficile immaginare una composizione della crisi.

In ogni caso, per la situazione attuale, difficilmente potranno essere assorbiti i fiumi di greggio che si stanno riversando sul mercato.

A causa del coronavirus, milioni di persone restano a casa per evitare il contagio, le fabbriche lavorano a rilento, gli aerei restano a terra. Per questo, i consumi di benzina sono diminuiti e il relativo prezzo, per il momento, è rimasto inalterato.

La guerra dei prezzi fa crollare anche le quotazioni in borsa dello shale oil

La disfida in corso coinvolge tutti i produttori di petrolio, non solo le due potenze esportatrici, a cominciare dagli Stati Uniti. L'industria petrolifera americana, infatti, produce ad uso interno lo Shale oil, ossia il prodotto non ottenuto con l'estrazione, ma con un processo di disgregazione di altri minerali.

Questo processo però ha un costo che, a questo punto, rischia di mettere fuori mercato le aziende produttrici. Anche questo fattore ha determinato il crollo delle borse a cui stiamo assistendo. Le perdite delle imprese americane produttrici dello Shale, infatti, stanno toccando valori compresi tra il 40% e l'80%. Difficilmente potranno resistere se questa contrapposizione durerà ancora a lungo.

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