Per la serie BlastingTalks intervistiamo la cofondatrice di So.De Naima Comotti. So.De lavora nel settore del delivery con una vocazione sociale, mettendo al centro dell’attività i propri rider e sostenendo il commercio di prossimità.
Blasting Talks è una serie di interviste esclusive con business e opinion leader nazionali e internazionali per capire come la pandemia di coronavirus abbia accelerato il processo di digitalizzazione e come le aziende stiano rispondendo a questi cambiamenti epocali. Leggi le altre interviste della serie sul canale BlastingTalks.
Com’è nata l’idea alla base di So.De e perché avete scelto una vocazione legata al sociale?
So.De è il prodotto di una visione condivisa di sette persone, che durante il lockdown del 2020 si sono interrogate su quale contributo potessero dare nell’ambito del delivery. Il fenomeno del delivery e dell’ultimo miglio delle consegne era infatti diventato cruciale nelle dinamiche cittadine ma contemporaneamente era anche emerso con forza l'aspetto più critico di questo settore: l’assenza di tutele per i lavoratori e le lavoratrici. Partendo da quella che definirei un’esigenza, noi 7 fondatori abbiamo unito le diverse competenze per creare un delivery sociale con l’idea che potesse diventare un modello alternativo per fare consegne.
Così è nato So.De.
In che modo la vostra storia personale ha influenzato la nascita di So.De?
Ognuno di noi proviene da esperienze diverse, tutte però legate all’ambito sociale e culturale: ciascuno in modo diverso si occupa di sviluppo di reti sociali e di promozione di progetti che valorizzano persone e territori. Proveniamo dai campi dell’inclusione sociale e lavorativa, del welfare culturale, della rigenerazione urbana, della comunicazione, del project management.
L’incubatore, (se così si può definire) di So.De è stato Rob de Matt, associazione di Promozione Sociale grazie alla quale ci siamo incontrati e della quale ora componiamo l’ufficio progettazione sociale.
Può spiegare in che modo vi differenziate rispetto a un’azienda di delivery tradizionale?
A So.De mettiamo al centro la persona.
La vocazione sociale ha caratterizzato l’intero progetto fin dalla sua genesi, prendendo forma in tre valori cardine che sono diventati anche il nostro motto: sociale, solidale e sostenibile. Anzi, possiamo proprio dire che siamo partiti dai valori che volevamo promuovere e poi intorno abbiamo costruito tutto il servizio.
Perché avete scelto di affidarvi al crowdfunding nel lancio della vostra start up e quali sono stati i riscontri che avete ottenuto?
La campagna di raccolta fondi si inserisce perfettamente nella vocazione sociale del progetto: l’idea che ci ha mosso è stata quella di proporre alla collettività un progetto cercando anche di intercettare determinate esigenze e chiedere un supporto, anche economico, per mettere in campo questo servizio.
Il crowdfunding è stato un vero successo: in meno di due mesi abbiamo raccolto 25.000 euro da più di 500 donatori, superando l'obiettivo. Si tratta di una cifra che ci ha permesso di accedere anche al finanziamento del programma Crowdfunding Civico del Comune di Milano. Oltre all’aspetto economico, che inevitabilmente è centrale e molto importante, il successo della raccolta fondi dimostra anche il forte sostegno da parte della collettività all’intero progetto.
Le persone hanno oggi una sensibilità crescente verso il tema della sostenibilità: in che modo avete scelto di vivere questo valore nella vostra attività?
Dopo sociale e solidale, sostenibile è il terzo (certo non per importanza) valore cardine di So.De.
I nostri e le nostre rider si muovono esclusivamente in bicicletta, nel nostro parco 'cargo' ne abbiamo una costruito in parte con materiale di riciclo, favoriamo l’utilizzo di packaging sostenibile e l’unica plastica che approviamo è quella riciclata delle nostre uniformi impermeabili firmate Bragoon: poncho e pantaloni anti-pioggia che sono un ottimo esempio di economia circolare.
Quindi in che modo date forma alla sostenibilità?
La sostenibilità di So.De prende forma anche nella scelta dei partner con cui collaborare, che condividono determinati valori per noi imprescindibili. Un esempio fra tutti è ZeroPerCento, bottega etica che oltre a offrire lavoro a persone con disabilità vende prodotti il più possibile sfusi e provenienti da filiere selezionate, rispettose del lavoro e del benessere dell’ambiente
Quali sono le principali difficoltà che avete incontrato nel declinare il settore del delivery verso il sociale?
E quali sfide state cercando di risolvere in questo momento?
Io ribalterei la domanda: con So.De abbiamo in realtà trovato grandi opportunità legate all’ambito sociale. Le nostre esperienze finora dimostrano che esiste una reale domanda per un servizio di delivery che sia etico. Sono tante le persone e le aziende che non utilizzano servizi di consegna perché non condividono il modus operandi generale e l’assenza di tutela per i lavoratori. Poi certamente, trovare un equilibrio tra la vocazione sociale e la necessità di costruire un business plan solido ed essere competitivi sul mercato è una grande sfida, ma questa è proprio la nostra missione. Nel sociale inoltre si lavora in maniera collaborativa, questo comporta un forte impegno nel creare reti virtuose e di economia circolare, ma molto spesso questo impegno e questo lavoro vengono ignorati o poco riconosciuti.
E per quanto concerne le sfide?
Riguardo alle sfide è innegabile che l’ecosistema del mercato in cui ci troviamo ad operare sia tutt’altro che chiaro. Le difficoltà riguardano in primo luogo i permessi e le licenze. Esiste infatti una zona grigia della burocrazia che diventa ancor più inestricabile quando si fa innovazione. Questo perché spesso non esistono ancora normative specifiche e bisogna inventarsi risposte a domande che non sono state ancora poste. Esiste poi anche una sfida culturale e di narrazione: si dà spesso poco valore al costo della consegna, semplicemente perché le grandi piattaforme ci hanno abituato a non considerarlo come un aspetto fondamentale, scaricando tutti i costi sul lavoratore.
Una delle varie missioni di So.De è quella di spiegare al consumatore e alle aziende che dietro ai nostri e alle nostre rider, figura sempre più centrale nelle dinamiche delle nostre città, ci sono persone che svolgono un servizio fondamentale, per cui sono formate e in modo qualificato. Infine, una grande sfida è quella di far quadrare i conti ma credo che sia abbastanza comune a tante altre aziende.
Proviamo a immaginare il mercato del delivery nel medio e lungo termine: come cambierà la situazione nei prossimi anni e quali saranno secondo voi i prossimi passaggi evolutivi del comparto?
Come ogni tipologia di servizio, si assisterà a una sempre maggiore professionalizzazione. Noi di So.De speriamo che questo comporti anche maggiori tutele per i lavoratori e le lavoratrici, migliori condizioni salariali e un maggiore riconoscimento sociale.
Si andrà inevitabilmente verso l’utilizzo di mezzi più agili, silenziosi e meno inquinanti, fenomeno già in atto con l’introduzione degli scooter elettrici da parte di alcune aziende, ma se si utilizzassero più cargo bike si potrebbe avere un impatto sull’ambiente ancora minore.
E dal punto di vista dei prodotti?
Non solo cibo: aumenteranno le tipologie di merci che potremo farci recapitare a casa e nel prossimo futuro sarà forse possibile richiedere l’assistenza di un rider a “fasce orarie” durante le quali il rider stesso sarà a disposizione del cliente per recuperare prodotti da diversi rivenditori e consegnarli direttamente a casa del cliente: dal supermercato, alla ferramenta, passando per l’edicola e il fioraio.
Si assisterà poi a un processo di “localizzazione” per cui i rider si troveranno a lavorare maggiormente nel quartiere di residenza. So.De punta proprio a portare la figura del rider al centro delle dinamiche di vicinato cercando di sviluppare il più possibile il legame con il quartiere e i suoi abitanti.
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