Una delle misure più importanti dell’intero sistema previdenziale nostrano è senza dubbio la pensione di vecchiaia. Si tratta di una misura generalista perché è concessa a tutto l’universo dei lavoratori italiani senza distinzioni di mansioni o tipologie di attività lavorative. Quando si parla di pensione di vecchiaia si indica la misura che è strettamente collegata all’età pensionabile vigente, anche se prevede anche una soglia minima di contribuzione versata. Per questa misura dal 2019 è previsto un inasprimento in termini di requisiti da centrare per poterla utilizzare per uscire dal lavoro.

Le novità riguardano i lavoratori nati a partire dal 1° giugno 1951 per i quali, rispetto a chi è nato qualche giorno o mese prima, si dovrà aspettare 5 mesi in più per andare in pensione.

Riforma o no nulla cambia per la pensione di vecchiaia

Con tutte le voci che si sono rincorse in queste settimane di incontri, consultazioni e progetti di Governo, una cosa certa è che la pensione di vecchiaia e la sua età pensionabile non venivano minimamente intaccati. Anche nel contratto di Governo tra Lega e Movimento 5 Stelle, che pure aveva al suo interno un importante ritocco alle norme previdenziali con la nascita di due nuove misure, non vi era traccia di interventi per la pensione di vecchiaia. Quota 41 è misura, evidentemente legata alla pensione anticipata, quella che si centra per raggiunta anzianità di lavoro coperta da contribuzione.

Niente a che vedere con la pensione di vecchiaia che prevede si contributi da racimolare, ma anche una determinata età. Anche quota 100 c'entra poco perché prevede una somma algebrica di età e contributi e soprattutto questi ultimi devono essere in numero rilevante, non certo i 20 che servono per la pensione di vecchiaia.

La pensione di vecchiaia oggi

La pensione di vecchiaia fino al prossimo 31 dicembre si centra con 66 anni e 7 mesi di età. Dallo scorso mese di gennaio, tale età pensionabile è la medesima sia per lavoratori che per lavoratrici. Servono almeno 20 anni di contributi previdenziali versati. La misura è collegata all’aspettativa di vita e pertanto, come confermato da un decreto questi requisiti saranno validi solo fino a fine anno.

L’ultima fascia di lavoratori che potranno sfruttare queste regole previdenziali da qui a fine anno sono i nati entro il 31 maggio 1951, che appunto compiranno 66 e 7 mesi entro il 31 dicembre 2018. Questo sempre che entro la fine di quest’anno, all’età pensionabile possano affiancare i 20 anni di lavoro minimi richiesti.

Cosa accade dall’anno prossimo

Tra un soggetto nato il 31 maggio 1951 ed uno nato il 1° giugno dello stesso anno, con stesso lavoro e stessa carriera, la quiescenza di vecchiaia penalizza il secondo di 5 mesi. È quanto prevede la normativa che si andrà ad applicare alla previdenza dal 2019 e fissata da un decreto attuativo del Governo Gentiloni che ha recepito quanto prevedevano le ultime riforma previdenziali, tra le quali quella Fornero.

L’età pensionabile salirà dal 2019 di 5 mesi, spostando la soglia da 66 anni e 7 mesi a 67 anni. Per lavoratori e lavoratrici bisognerà aver compiuto quella età per presentare istanza all’Inps per la pensione di vecchiaia. Un aumento di 5 mesi quindi, largamente previsto e che riguarderà anche le pensioni anticipate (si va a 43 anni e 3 mesi per uomini e 42 anni e 3 mesi per donne), l’assegno sociale ed anche quota 41 per i precoci disagiati.