L'ultimo dossier prodotto dall'Istat sui dati del nostro sistema previdenziale continua ad evidenziare la presenza di un gender gap importante. Il problema persiste da anni e non sembra purtroppo vedere un'inversione di tendenza nonostante le ultime misure prodotte a partire dalle precedenti legislature. Secondo i numeri raccolti in relazione all'anno 2017, su circa 16 milioni di pensionati le donne che ricevono un assegno sono 8,4 milioni (ad inclusione di quelle che percepiscono emolumenti di natura assistenziale).

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Ma se si analizzano i dati in modo più specifico si scopre che le pensionate che percepiscono una integrazione al minimo sono circa 2,5 milioni, cioè oltre l'80% delle destinatarie della tutela. Fino all'anno scorso l'integrazione innalzava l'assegno fino a 507,42 euro al mese, sebbene da quest'anno il reddito di cittadinanza potrebbe garantire ad una parte della platea fino a 780,00 euro al mese.

Pensioni al femminile: resta il problema dei redditi bassi

Oltre all'integrazione al minimo, il nostro sistema previdenziale consente in alcuni casi di procedere con le cosiddette maggiorazioni sociali.

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Anche in questo caso si parla di una misura percepita in larga parte dalle donne: rispetto alla platea complessiva dei beneficiari, quest'ultime maturano infatti il diritto nel 74,5% dei casi. Dai dati emerge che il livello delle pensionate è circa un quarto più basso di quello degli uomini. Ma il dato più preoccupante è forse quello di coloro che risultano escluse da qualsiasi tutela previdenziale in età avanzata.

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Il 18% delle donne senza assegno pensionistico

Se la situazione evidenziata finora appare complicata, bisogna anche rilevare che una parte non indifferente della platea femminile si trova a vivere condizioni ancora più difficili. Il 18% delle donne in età avanzata risulta infatti senza alcun assegno previdenziale. Per avere un'idea più chiara della gravità del dato, basti pensare che la stessa percentuale fra gli uomini scende ad appena il 3%.

Ne deriva che senza l'assegno ricevuto da un altro componente della famiglia e in assenza di trattamenti indiretti, circa una donna su cinque risulterebbe senza alcuna copertura previdenziale. Tutto ciò in un quadro nel quale spesso le donne non riescono a raggiungere i requisiti utili all'accesso alla quiescenza anticipata o ordinaria per via dei requisiti di legge stringenti dal punto di vista contributivo.

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Infine, non si può dimenticare che spesso le differenze di genere sorgono in virtù dell'attività di cura prestata in famiglia, che condiziona di conseguenza la carriera lavorativa portando a contratti part time ed a buchi contributivi non riconosciuti nel momento in cui si matura l'età della pensione.

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